Appendice 1
Ringraziamenti
Questo libro è nato dalla collaborazione tra chi scrive e l’artista Tony Sheeder, con l’intento originario di pubblicare un graphic novel, interamente creato al computer. In generale, io mi occupavo delle parole e lui delle immagini; ma nonostante quest’opera consista quasi esclusivamente di parole, certi suoi elementi sono scaturiti dalle mie discussioni con Tony.
Scrivere questo romanzo è stato molto difficile e i buoni consigli che mi hanno dato i miei agenti Liz Darhansoff, Chuck Verrill e Denise Stewart, dopo aver letto la prima stesura, mi sono stati di grande aiuto. La prima stesura è stata letta anche da Tony Sheeder, dal dottor Steve Horst della Wesleyan University, che ha fatto ampie e lucide osservazioni su tutto ciò che concerne il cervello e il computer (e che, circa un’ora dopo aver finito di leggere, ha contratto un virus), e da mio cognato Steve Wiggins, attualmente all’Università di Edimburgo, il quale, per cominciare, mi ha iniziato ad Asherah e mi ha fornito documenti utili e citazioni, mentre io vagavo in pena per la Biblioteca del Congresso.
Marco Kaltofen, come al solito, ha lavorato nel medesimo modo rapido ed enciclopedico del Bibliotecario, quando gli ho posto quesiti su luoghi e ragioni del traffico di rifiuti tossici. Richard Green, il mio agente di Los Angeles, mi ha fornito informazioni sulla geografia della città.
Bruck Pollock ha letto le bozze con molta attenzione e altrettanta rapidità, dando alcuni utilissimi suggerimenti. È stato il primo, e sicuramente non l’ultimo, a farmi notare che in realtà “BIOS” significa “Basic Input/Output System” e non “Built-In Operating System”, come qui l’ho inteso (e come dovrebbe essere); ma, pur di ottenere un soddisfacente gioco di parole, mi sono permesso di trascurare ogni altra considerazione e pertanto questa parte del libro è rimasta immutata.
L’idea di una “realtà virtuale” come quella del Metaverso è attualmente diffusissima nella comunità della computer-graphics e viene messa in pratica in molti modi diversi. La particolare visione del Metaverso espressa in questo romanzo è scaturita da oziose conversazioni tra me e Jaime (Captain Bandwidth) Taaffe – senza che ciò comporti alcuna responsabilità sua o di altri per gli elementi irreali o pacchiani del Metaverso. Le parole “avatar” (nell’accezione qui utilizzata) e “Metaverso” le ho inventate dopo aver deciso che l’uso di termini disponibili (come “realtà virtuale”) era del tutto inopportuno.
Nella definizione della struttura del Metaverso, sono stato influenzato da Human Interface Guidelines della Apple – un libro che illustra la filosofia su cui si basano i Mac. Ancora una volta, questo riferimento serve solo a riconoscere il benefico influsso prodotto da chi ha scritto quel libro, senza voler con ciò responsabilizzare dei poveri innocenti per l’uso che ne viene fatto.
Tra l’altro – e lo dico solo per compiaciuta autoreferenzialità – nelle prime fasi del maniacale e fallimentare progetto di graphic novel ho profondamente familiarizzato col funzionamento del Macintosh, finché non si è chiarito che l’unico modo per costringere il Mac a fare quello di cui avevamo bisogno era scrivere un bel po’ di software autoprodotto per l’elaborazione d’immagini. Probabilmente, nella realizzazione di quest’opera, ho passato più ore a programmare che a scrivere, anche se l’obiettivo originale del graphic novel è stato alla fine accantonato, rendendo così inutile, da un punto di vista pratico, la maggior parte di quel lavoro.
In conclusione, va detto che scrivendo le parti relative a Babele mi sono basato sul lavoro di moltissimi storici e archeologi che hanno materialmente svolto le ricerche: la maggior parte delle cose dette dal Bibliotecario provengono da queste persone. Ho anche cercato di fare in modo che il Bibliotecario fornisse i riferimenti bibliografici, dove necessario, annotando i suoi commenti come un bravo studioso – cosa che personalmente non sono.
Da ultimo, dopo la prima pubblicazione di Snow Crash ho scoperto che il termine “avatar” si usa davvero da anni nell’ambito di un videogioco basato su un’ampia comunità virtuale che si chiama Habitat, sviluppato da F. Randall Farmer e Chip Morningstar. Il sistema funziona sui computer Commodore 64 e, benché negli Stati Uniti sia pressoché scomparso, in Giappone è ancora popolare. Oltre agli avatar, Habitat comprende molte delle funzionalità essenziali del Metaverso così come sono descritte in questo libro.
1992