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Hiro perde di vista Raven a qualche chilometro da Downtown, ma a questo punto non ha più importanza; punta dritto verso la piazza e comincia a girare ad alta velocità lungo il bordo dell’anfiteatro, come un recinto immaginario creato da un solo uomo. Raven arriva dopo qualche secondo. Hiro esce dalla propria orbita e punta dritto verso di lui: si affrontano come cavalieri in una giostra medievale. Hiro perde il braccio sinistro e Raven una gamba. Gli arti rimbalzano a terra. A Hiro cade la katana e usa il braccio rimasto per brandire l’altra spada – che peraltro è più adatta a contrastare il lungo coltello di Raven. Gli taglia la strada, proprio quando Raven è sul punto di uscire dal perimetro dell’anfiteatro, obbligandolo a spostarsi di lato; lo slancio spinge l’aleuta a quasi un chilometro di distanza nel giro di mezzo secondo. Hiro lo rintraccia sulla base di una serie di sofisticate ipotesi – conosce questo territorio come Raven conosce le correnti delle isole Aleutine – ed eccoli allora che sfrecciano per il distretto finanziario del Metaverso, brandendo le lunghe lame l’uno contro l’altro e riducendo a fettine e cubetti centinaia di avatar screziati, che hanno la sventura di trovarsi sulla loro traiettoria.

Ma sembrano non colpirsi mai. La velocità è troppo alta e gli obiettivi troppo piccoli. Per ora Hiro è stato fortunato: ha coinvolto Raven nella competizione; gli ha fatto venire un’irresistibile voglia di combattere. Ma Raven non ha bisogno di tutto questo. Può facilmente ritornare all’anfiteatro senza preoccuparsi di uccidere subito Hiro.

Alla fine, se ne rende conto. Rimette il coltello nel fodero e imbocca una viuzza tra i grattacieli. Hiro lo segue, ma quando entra nella stessa viuzza Raven è già scomparso.

Hiro varca il perimetro dell’anfiteatro a trecento chilometri all’ora e si libra nello spazio cadendo sopra le teste di duecentocinquantamila hacker che lo acclamano scatenati.

Tutti conoscono Hiro. È il tipo con le spade. È un amico di Da5id. E a quanto pare, a mo’ di contributo personale alla causa, ha deciso di inscenare un combattimento di spada con una sorta di demone enorme e spaventoso su una moto. Non cambiate canale, sta per iniziare uno spettacolo d’inferno.

Atterra sul palcoscenico e si blocca vicino alla sua motocicletta. Funziona ancora, ma non serve a niente quaggiù. Raven è dieci metri più in là che ride a trentadue denti.

«Fuori le bombe» dice Raven. Con una mano estrae la losanga blu lampeggiante dal sidecar e la fa cadere al centro dell’anfiteatro. Si spacca come il guscio di un uovo e dal suo interno si propaga della luce. La luce comincia ad aumentare e a prendere forma.

La folla va in delirio.

Hiro corre verso l’uovo. Raven gli taglia la strada. Non può muoversi a piedi, perché ha perso una gamba, ma riesce a controllare la moto. Ora ha tirato fuori il lungo coltello e le due lame si incontrano al di sopra dell’uovo, divenuto il vortice di un tornado accecante e assordante di luce e suono. Forme colorate, di scorcio per via dell’immensa velocità, schizzano dal centro dell’uovo e si sistemano sopra le loro teste, disegnando un’immagine tridimensionale.

Gli hacker danno i numeri. Hiro sa che, in questo momento, il Quadrante degli Hacker del Sole Nero si sta svuotando. Si accalcano tutti all’uscita per scendere in Strada, correre verso la piazza e assistere allo spettacolo di luce, suono, spade e magia di Hiro.

Raven cerca di spingere indietro Hiro. Nella Realtà, con la forza sovrumana che si ritrova, ci riuscirebbe. Ma gli avatar hanno tutti la stessa forza, a meno che non li si manipoli nel modo giusto. Così Raven dà un possente spintone a Hiro e ritrae il coltello in modo da potergli tagliare il collo mentre prende il volo; ma Hiro non prende il volo. Aspetta che Raven si scopra e poi gli taglia la mano che impugna l’arma. Quindi, per maggiore sicurezza, gli taglia anche l’altra. La folla grida in visibilio.

«Come faccio a fermare questa roba?» dice Hiro.

«Ah, non lo so. Io sono solo il fattorino» dice Raven.

«Hai idea di che cosa hai fatto?»

«Sì. Ho realizzato il desiderio della mia vita» dice Raven, mentre sulla faccia gli si disegna un largo ghigno rilassato. «Ho nuclearizzato l’America.»

Hiro gli taglia la testa. La folla di hacker condannati si alza in piedi e urla.

Poi, quando Hiro scompare, tutto tace. Ha adottato il suo piccolo avatar invisibile. Ora volteggia nell’aria sopra i resti frantumati dell’uovo; la forza di gravità lo fa precipitare proprio al centro di esso. Cadendo mormora tra sé e sé: «SnowScan». È il software che ha programmato come passatempo sulla scialuppa di salvataggio. Il software che individua lo Snow Crash.

Visto che Hiro Protagonist sembra essere uscito di scena, l’attenzione degli hacker si sposta verso una costruzione gigantesca che scaturisce dall’uovo. Quell’assurda scena con le spade non deve essere stata che un’eccentrica introduzione: un modo stravagante, tipico di Hiro, di attirare la loro attenzione. Questo spettacolo di luce e suono è la grande attrazione della serata. L’anfiteatro si riempie rapidamente quando migliaia di hacker provenienti da tutte le parti confluiscono lì: escono dal Sole Nero e corrono lungo la Strada; sgorgano a frotte da grossi palazzi di uffici, sedi delle più importanti società produttrici di software, si collegano al Metaverso da ogni luogo della Realtà non appena la notizia di quella stravaganza si diffonde alla velocità della luce lungo ogni millimetro di fibra ottica.

Lo spettacolo di luce è progettato come se fosse previsto l’arrivo in ritardo di molta gente. Si articola in una serie di falsi crescendo, come un costoso spettacolo di fuochi d’artificio, e diventa via via sempre più bello. È così vasto e complicato che nessuno è in grado di vederne più del dieci per cento; potresti continuare a guardarlo e riguardarlo per un anno senza smettere di individuare cose nuove.

È una costruzione alta un chilometro di immagini semoventi bi- e tridimensionali, collegate nello spazio e nel tempo. Ci si trova di tutto: film di Leni Riefenstahl; le sculture di Michelangelo e le invenzioni immaginarie di Leonardo Da Vinci tradotte in realtà; combattimenti di aerei della Seconda guerra mondiale, che sfrecciano dentro e fuori dall’uovo, virano sopra la folla, sparano, bruciano ed esplodono; scene di mille film classici, che confluiscono e si fondono insieme a formare un’unica vasta e complicatissima storia.

Ma ecco che comincia a semplificarsi e a restringersi fino a diventare un’unica colonna di luce brillante. A questo punto è la musica a condurre lo spettacolo: un ritmo di basso martellante e un minaccioso e monotono motivo che continua a chiedere agli astanti di restare a guardare perché il meglio deve ancora venire. E tutti continuano a guardare, con fede cieca.

La colonna di luce prende a fluttuare su e giù e assume forme umane. In realtà, le forme umane sono quattro: nudi femminili eretti, spalla contro spalla, e rivolti verso l’esterno come cariatidi. Ognuna reca in mano qualcosa di lungo e sottile: un paio di tubi.

Trecentomila hacker fissano le donne torreggianti sul palcoscenico che portano le braccia sopra la testa e svolgono quattro rotoli, che si trasformano in schermi piatti e grandi quanto un campo da calcio. Dai sedili dell’anfiteatro, gli schermi praticamente cancellano il cielo; i presenti non vedono che quelli.

Dapprima sono vuoti; alla fine però, su tutti e quattro, balena la stessa immagine. Si tratta di parole. Che dicono:

SE QUESTO FOSSE UN VIRUS,

A QUEST’ORA SARESTE TUTTI MORTI.

PER FORTUNA NON LO È.

IL METAVERSO È UN POSTO PERICOLOSO:

CHI PENSA ALLA VOSTRA SICUREZZA?

PER UNA PRIMA CONSULENZA GRATUITA,

RIVOLGETEVI ALL’AGENZIA DI SICUREZZA

HIRO PROTAGONIST E ASSOCIATI.