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«Raven,» dice Hiro «lascia che ti racconti una storia prima che ti uccida.»
«Ti ascolto» dice Raven. «Il viaggio è lungo.»
Tutti i veicoli del Metaverso hanno un telefono. Hiro ha semplicemente chiamato il Bibliotecario e gli ha chiesto di cercare il numero di Raven. Viaggiano l’uno dietro l’altro sulla nera superficie del pianeta immaginario, anche se Hiro ora sta guadagnando terreno su Raven, metro dopo metro.
«Mio padre era nell’esercito durante la Seconda guerra mondiale. Aveva mentito sulla sua età per farsi arruolare. L’hanno mandato nel Pacifico a fare lavori di bassa manovalanza. Comunque, venne catturato dai nipponici.»
«E allora?»
«Allora lo portarono in Giappone. Lo misero in un campo di prigionia. C’erano molti americani, più qualche inglese e dei cinesi. E alcuni individui che non riuscivano a identificare. Sembravano indiani. Parlavano un po’ di inglese. Ma parlavano meglio il russo.»
«Erano aleuti» dice Raven. «Cittadini americani. Ma nessuno ne aveva mai sentito parlare. La maggior parte della gente non sa che i giapponesi conquistarono del territorio americano durante la guerra – alcune isole all’estremità dell’arcipelago delle Aleutine. Abitate. Dal mio popolo. Presero i due aleuti più importanti e li deportarono in Giappone. Uno di loro era il sindaco di Attu, l’autorità civile più importante. L’altro era ancora più importante, per noi. Era il capo ramponiere della nazione aleutina.»
Hiro dice: «Il sindaco si ammalò e morì. Non aveva difese immunitarie. Ma il ramponiere era un figlio di puttana bello tosto. Si era ammalato un po’ di volte, ma era sopravvissuto. Andò a lavorare nei campi con il resto dei prigionieri, coltivavano verdura per sostenere lo sforzo bellico. Lavoravano in cucina e preparavano la sbobba per i prigionieri e le guardie. Se ne stava molto sulle sue. Tutti lo evitavano perché aveva un odore terribile. Il suo letto faceva puzzare tutta la camerata».
«Stava preparando un veleno di aconito per balene, con funghi e altre sostanze che aveva trovato nei campi e nascosto nei vestiti» dice Raven.
«Inoltre,» continua Hiro «erano tutti incazzati con lui, perché una volta aveva rotto una finestra della camerata, da cui era entrata l’aria fredda per tutto il resto dell’inverno. Comunque, un giorno, dopo pranzo, tutte le guardie si sentirono molto male.»
«Veleno per balene nello stufato di pesce» dice Raven.
«I prigionieri erano già al lavoro nei campi e le guardie, quando cominciarono a sentirsi male, cercarono di riportarli alla base, perché, piegati in due per i crampi allo stomaco, non potevano continuare a sorvegliarli. E in quella fase avanzata della guerra non era facile chiamare rinforzi. Mio padre era l’ultimo nella fila di prigionieri. E questo aleuta era proprio davanti a lui.»
Raven dice: «Mentre i prigionieri attraversavano un canale d’irrigazione, l’aleuta si tuffò nell’acqua e scomparve».
«Mio padre non sapeva che fare,» dice Hiro «finché non udì un grugnito provenire dal soldato di guardia che gli stava alle spalle. Si girò e vide che aveva il corpo trapassato da una lancia di bambù. Era venuta dal nulla. E ancora non riusciva a vedere l’aleuta. Poi cadde un altro soldato con la gola tagliata, e a quel punto l’aleuta ricomparve, scagliando un’altra lancia che uccise un’altra guardia.»
«Aveva preparato gli arpioni e li aveva nascosti sul fondo dei canali d’irrigazione» dice Raven.
«Mio padre, allora, capì» continua Hiro «di essere spacciato. Perché, qualsiasi cosa avesse detto alle guardie, lo avrebbero considerato complice del tentativo di fuga e gli avrebbero tagliato la testa con una spada. Così, pensando che avrebbe almeno potuto abbattere un po’ di nemici prima di essere catturato, prese la pistola della guardia che era stata colpita per prima, si nascose in un canale e sparò ad altre due venute a vedere cosa succedeva.»
Raven dice: «L’aleuta corse verso il recinto, un affare fragilissimo di bambù. Probabilmente c’era un campo minato, ma lui lo attraversò di corsa senza problemi. O era stato fortunato o le mine – ammesso che ce ne fossero – erano poche e molto distanziate».
«Non si curavano molto della sicurezza dei recinti,» dice Hiro «perché il Giappone è un’isola e se anche qualcuno fosse scappato, dove sarebbe potuto andare?»
«Ma un aleuta ce la poteva fare» dice Raven. «Poteva raggiungere la costa più vicina e costruirsi un kayak. Poteva mettersi in mare aperto e risalire la costa del Giappone, per poi viaggiare da un’isola all’altra, fino alle Aleutine.»
«Esatto,» dice Hiro «e questa è la parte della storia che non avevo mai capito – finché non ti ho visto, in mare aperto, superare un motoscafo sul tuo kayak. Allora ho ricostruito tutta la vicenda. Tuo padre non era pazzo. Aveva un piano perfetto.»
«Sì. Ma tuo padre non lo aveva capito.»
«Mio padre seguì le orme di tuo padre lungo il campo minato. Erano liberi, in Giappone. Tuo padre cominciò a scendere verso l’oceano. Mio padre voleva salire, verso le montagne, pensando che forse avrebbero potuto vivere in un posto isolato finché non fosse finita la guerra.»
«Un’idea stupida» dice Raven. «Il Giappone è densamente popolato. Non c’era posto dove potessero andare senza essere notati.»
«Mio padre non sapeva neanche che cosa fosse un kayak.»
«L’ignoranza non è una scusa» dice Raven.
«L’essersi messi a discutere – come stiamo facendo noi adesso – fu la loro rovina. I nipponici li raggiunsero su una strada appena fuori Nagasaki. Non avevano neppure le manette, così legarono loro le mani dietro la schiena con le stringhe degli stivali e li fecero inginocchiare sulla strada, a faccia a faccia. Quindi, il tenente tirò fuori la spada dal fodero. Era una spada antica: il tenente veniva da una fiera famiglia di samurai e l’unica ragione per cui si trovava in questo distaccamento in patria era che, in una fase precedente della guerra, gli avevano quasi fatto saltare una gamba. Sollevò la spada sopra la testa di mio padre.»
«Fendendo l’aria, emise un suono acuto e perforante» dice Raven «che fracassò le orecchie di mio padre.»
«Ma non calò mai.»
«Mio padre vide lo scheletro di tuo padre inginocchiato di fronte a sé. E quella fu l’ultima cosa che vide.»
«Mio padre non era rivolto verso Nagasaki» dice Hiro. «Rimase provvisoriamente accecato dalla luce; cadde in avanti e premette la faccia sul terreno per togliersi quella luce terribile dagli occhi. Poi tutto tornò alla normalità.»
«Solo che mio padre era diventato cieco» dice Raven. «Poté solo sentire il combattimento di tuo padre con il tenente.»
«Era un samurai mezzo cieco, con una gamba sola e con una katana, contro un uomo grosso, forte e sano che aveva le mani legate dietro la schiena» dice Hiro. «Un combattimento interessante. Alla pari. Vinse mio padre. E quella fu la fine della guerra. Le truppe di occupazione arrivarono dopo un paio di settimane. Mio padre tornò a casa e negli anni Settanta ebbe un figlio. E lo stesso fece il tuo.»
Raven dice: «Amchitka, 1972. Mio padre è stato nuclearizzato due volte da voi bastardi».
«Capisco la profondità dei tuoi sentimenti» dice Hiro. «Ma non pensi di esserti vendicato a sufficienza?»
«Non sarà mai abbastanza» dice Raven.
Hiro accelera con la sua moto e si avvicina a Raven brandendo la katana. Ma Raven – vedendolo nello specchietto retrovisore – si fa indietro e para il colpo; ha in mano un grosso e lungo coltello. Raven decelera fin quasi a fermarsi e si butta tra due pilastri. Hiro lo supera, rallenta un po’ troppo e riesce appena a vedere Raven che sfreccia in avanti sull’altro lato della Monorotaia; prima che Hiro possa accelerare e infilarsi in un altro buco, Raven, procedendo a zig-zag tra i pilastri, è già passato dall’altra parte.
E così via. Corrono lungo la Strada seguendo una linea a zig-zag incrociato, da una parte all’altra sotto la Monorotaia. Il gioco è facile. Raven deve solo far sì che Hiro vada a sbattere contro un pilone, in modo che sia costretto a fermarsi per un istante. Raven potrebbe così scomparire dal suo campo visivo e Hiro non riuscirebbe più a rintracciarlo.
Il gioco è più facile per Raven che per Hiro. Ma Hiro è più bravo di Raven in questo genere di cose. E ciò rende la gara abbastanza equilibrata. Fanno lo slalom sotto il binario della Monorotaia a una velocità che variano fra i cento e i centomila chilometri all’ora; tutt’intorno, bassi edifici commerciali, laboratori high-tech e parchi di divertimento si perdono nell’oscurità. Downtown è di fronte a loro, alta e luminosa come l’aurora boreale che sorge dalle acque nere del mare di Bering.