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Hiro esce dalla stanza e prende l’ascensore per tornare sulla Strada. Quando esce dal grattacielo al neon, sulla sua moto c’è una ragazza in bianco e nero che giocherella coi comandi.
«Dove sei?» domanda lei.
«Sono anch’io sul Raft. Ehi, abbiamo appena guadagnato venticinque milioni di dollari.»
È sicuro che, almeno stavolta, Y.T. rimarrà impressionata da quello che le dice. Ma lei, niente.
«Serviranno a pagarmi un funerale davvero eccezionale quando mi spediranno a casa in un Tupperware» dice lei.
«Perché?»
«Sono nei guai» ammette lei, per la prima volta nella vita. «Penso che il mio ragazzo mi ucciderà.»
«Chi è il tuo ragazzo?»
«Raven.»
Se gli avatar potessero impallidire e avere le vertigini, tanto da doversi sedere sul marciapiede, Hiro lo farebbe.
«Ora capisco perché ha quel tatuaggio, SCARSO CONTROLLO IMPULSI, sulla fronte.»
«Grandioso. Speravo di ricevere un po’ di collaborazione o, almeno, un consiglio» dice lei.
«Se pensi che ti ucciderà, ti sbagli, perché se tu avessi ragione saresti già morta» dice Hiro.
«Dipende dalle ipotesi di partenza» dice lei. E gli racconta una storia molto appassionante su una dentata.
«Proverò ad aiutarti,» dice Hiro «ma non è detto che pure io sia la persona più sicura da frequentare, sul Raft.»
«Ti sei rimesso in contatto con la tua ragazza?»
«No. Ma ho buone speranze. Ammesso che io riesca a sopravvivere.»
«Buone speranze per cosa?»
«Per il nostro rapporto.»
«Perché?» domanda lei. «Che cosa è cambiato nel frattempo?»
Questa è una di quelle domande così semplici e ovvie da risultare irritanti perché Hiro non è sicuro della risposta. «Be’, penso di aver capito che cosa stava facendo… perché è venuta qui.»
«Cioè?»
Un’altra domanda semplice e ovvia. «Cioè, adesso ho l’impressione di capirla.»
«Davvero?»
«Be’, più o meno.»
«E questa dovrebbe essere una buona cosa?»
«Be’, certo.»
«Hiro, sei un tale coglione. Lei è una donna, tu sei un uomo. Non devi comprenderla. Non è questo che lei vuole.»
«Be’, e che cosa vuole, allora? Dimmelo tu, tenendo presente che non l’hai mai conosciuta di persona e che esci con Raven.»
«Non vuole che tu la capisca. Lei sa che è impossibile. Vuole solo che tu capisca te stesso. Tutto il resto è negoziabile.»
«Lo credi davvero?»
«Ma certo.»
«Cosa ti fa pensare che io non capisca me stesso?»
«È ovvio. Sei un hacker tostissimo e anche il più grande spadaccino del mondo, eppure consegni le pizze e promuovi concerti che non ti fruttano un soldo. Come pretendi che lei…»
Il resto viene soffocato da un suono proveniente dalla Realtà, che irrompe negli auricolari di Hiro: uno stridore lacerante che, forte e acuto, si sovrappone al rombo di un forte impatto. Poi si sentono solo gli strilli dei bambini del quartiere terrorizzati, le urla in tagalog degli uomini, e i ruggiti e gli scoppiettii del peschereccio d’acciaio che cede alla pressione del mare.
«Che succede?» domanda Y.T.
«Un meteorite» dice Hiro.
«Eh?»
«Rimani sintonizzata,» dice Hiro «credo di essere appena stato coinvolto in un duello di mitragliatori Gatling.»
«Stai per tirare le cuoia?»
«Vuoi stare zitta un secondo?»
Questo quartiere è a forma di U, costruito intorno a una specie di baia all’interno del Raft, dove sono ormeggiati sei o sette vecchi pescherecci arrugginiti. Tutt’intorno è circondato da un molo galleggiante, costruito con pontili diseguali.
Il peschereccio vuoto, quello che era stato fatto a pezzi per ricavarne dei rottami, è stato colpito dalla raffica di un grosso mitragliatore situato sul ponte della Enterprise. Sembra che un’onda l’abbia sollevato e poi abbia cercato di attorcigliarlo intorno a un palo: la parte centrale sta affondando, poppa e prua sono ripiegate l’una verso l’altra. Lo scafo è distrutto. Le stive vuote ingurgitano un enorme e continuo flusso di acqua marina densa e marrone, risucchiando quelle fogne variegate, come un uomo che annega e aspira avido l’aria. Viaggia veloce verso il fondo.
Hiro riporta la Ragione sullo zodiac, sale a bordo e accende il motore. Non ha il tempo di slegare la barca dal pontile, perciò mozza la fune con la wakizashi e prende il volo.
I pontili, tenuti insieme da corde d’ormeggio di navi in rovina, ballonzolano all’indietro e verso il basso. Il peschereccio sta cadendo sotto la superficie dell’acqua, cercando di fagocitare tutto il quartiere, come un buco nero.
Un paio di filippini sono già usciti con dei corti coltelli e cercano di tagliare la roba che tiene insieme l’intero quartiere come una ragnatela, per separare le parti che non possono essere salvate. Hiro si dirige verso il pontile che è già affondato di mezzo metro, individua le funi che lo collegano al pontile adiacente, che è già quasi completamente sommerso, e le mette alla prova con la sua katana. Le corde rimanenti schioccano come spari di fucile e il pontile si separa, riemergendo così rapidamente che per poco lo zodiac non si ribalta.
Una intera sezione del molo di pontili, quella lungo la fiancata del peschereccio, non può essere salvata. Armati di coltelli da sub gli uomini e di mannaie da cucina le donne, sono tutti in ginocchio con l’acqua che gli arriva già al mento, intenti a liberare il loro quartiere. Una alla volta le corde si staccano, in modo casuale, facendo balzare in aria i filippini. Un ragazzo col machete taglia l’ultima corda rimasta, che schizza in alto e lo colpisce con una frustata in faccia. Alla fine la zattera è di nuovo libera e flessibile, ondeggia e oscilla un po’ fino a ritrovare l’equilibro e, là dove c’era il peschereccio, ora non c’è più nulla all’infuori di un mulinello gorgogliante che, di tanto in tanto, vomita un frammento di materia galleggiante.
Altri si sono già arrampicati sulla barca da pesca legata vicino al peschereccio. Ha subito anch’essa dei danni: alcuni uomini fanno capannello lì intorno e si sporgono dal parapetto per esaminare un paio di crateri sulla fiancata.
Ognuno dei buchi è circondato da una chiazza luccicante grossa come un piatto da tavola, privata della vernice e della ruggine dall’esplosione. Al centro c’è un buco grosso come una palla da golf.
Hiro decide che è ora di andarsene.
Ma prima di farlo infila una mano nella tuta, tira fuori un rotolo di banconote e conta qualche migliaio di bigliettoni di Hong Kong. Li mette sul ponte, in equilibrio sul bordo di un serbatoio di benzina d’acciaio rosso. Poi parte a razzo.
Non ha problemi a trovare il canale che porta al quartiere vicino. Il suo livello di paranoia è alle stelle, e per questo, mentre cerca di uscire di lì, continua a guardare avanti e indietro, esaminando con cura ogni più piccolo vicolo. In una nicchia vede una testa di cavo, che mormora qualcosa.
Questo quartiere è malese. Alcune decine di persone sono riunite vicino al ponte, attratte dal rumore. Entrando nel quartiere, Hiro vede alcuni uomini correre lungo il pontile oscillante che funge da strada principale, armati di pistole e coltelli. Il corpo di polizia locale. Da stradine laterali spuntano altri sbirri locali, oltre a barchette e sampan che si uniscono a loro.
Un botto tremendo e un rumore poderoso di cose frantumate gli risuonano alle spalle, come se un camion carico di legna si fosse appena schiantato contro un muro di mattoni. Viene investito da un’ondata d’acqua e dall’esalazione di vapore. Poi è di nuovo tutto tranquillo. Lento e riluttante, si volta. Il pontile più vicino non esiste più, c’è solo una schifosa minestra turbolenta di frantumi e robaccia.
Si volta e guarda dietro di sé. La testa di cavo che aveva visto pochi secondi prima ora si trova in mare aperto, in piedi sul bordo di una zattera. Tutti gli altri sono scomparsi. Riesce a vedere le labbra del bastardo che si muovono. Hiro vira bruscamente di 180° e gli ritorna vicino, con la mano libera brandisce la wakizashi, e lo taglia in due lì per lì.
Ma ce ne saranno altri. Hiro sa che lo stanno cercando tutti ormai. I mitraglieri sulla Enterprise se ne fregano di quanti profughi dovranno uccidere per bloccarlo.
Dal quartiere malese passa in quello cinese. Questo è molto più costruito, ci sono un po’ di navi d’acciaio e delle chiatte. Si estende per un bel pezzo, lontano dal Nucleo – per quello che può capire Hiro dalla sua posizione scarsamente favorevole a pelo d’acqua.
Un uomo lo osserva dalla sovrastruttura di una di quelle navi cinesi, un’altra testa di cavo. Hiro vede la sua mascella sbattere, mentre invia le ultime informazioni alla Centrale del Raft.
Il grosso mitragliatore Gatling sul ponte della Enterprise apre di nuovo il fuoco e spara un altro meteorite di uranio impoverito nella fiancata di una chiatta, a sei o sette metri da Hiro, producendo un’enorme rientranza, come se l’acciaio si fosse improvvisamente liquefatto e fosse rifluito in un canale di scolo; il metallo diventa brillante quando le onde d’urto trasformano quello spesso strato di ruggine in un aerosol e lo liberano dall’acciaio che viene trasportato in un’onda sonora così potente da causare nel petto di Hiro un acuto dolore e una sensazione di nausea.
Il mitragliatore è dotato di un radar – che è molto preciso, se il bersaglio è un pezzo di metallo. Lo è molto meno quando si cerca di colpire carne e sangue.
«Hiro? Che cazzo sta succedendo?» gli grida Y.T. negli auricolari.
«Non posso parlare. Portami nel mio ufficio» dice Hiro. «Prendimi su con la moto e portami là.»
«Non so guidare la moto» dice lei.
«Ha solo un comando. Gira la manopola e parte.»
Poi punta la barca verso il mare aperto, lasciando un solco profondo nell’acqua. Fiocamente sovraimposta alla Realtà, vede la figura in bianco e nero di Y.T., seduta davanti a lui sulla moto; lei allunga la mano sulla manopola, ed entrambi fanno un balzo in avanti, andando a sbattere contro il muro di un grattacielo a Mach 1.
Hiro spegne l’immagine del Metaverso, rendendo gli occhialoni del tutto trasparenti. Poi seleziona la funzione “gargoyle integrale”: luce visibile accentuata con infrarossi a falsificazione dei colori, più radar a onde millimetriche.
La sua immagine del mondo è ora di un bianco e nero sgranato, ed è molto più luminosa di prima. Qua e là, ci sono degli oggetti rosa o rossi sfuocati. È per via degli infrarossi, e significa che queste cose sono calde o incandescenti; la gente è rosa, i motori e gli spari sono rossi.
Il radar a onde millimetriche produce un contrasto molto più netto e deciso, con le sue immagini verde neon. Fa risaltare qualsiasi oggetto di metallo. Hiro naviga ora lungo una via d’acqua antracite sgranato, solcata da pontili grigio chiaro sgranato, attaccati a chiatte e navi di un brillante verde neon, che, qua e là, ovunque si generi calore, diventano rossastre. Non è una vista piacevole. In effetti, è talmente brutta che ci si spiega come mai, di solito, i gargoyle sono così ritardati nei loro rapporti sociali. Ma è molto più utile della vista antracite-su-ebano che aveva prima.
E gli salva la vita. Mentre viaggia lungo uno stretto canale serpeggiante, sull’acqua, di fronte a lui, appare una sottile parabola verde, che emerge improvvisamente dal mare, trasformandosi in una linea perfettamente dritta che gli sta arrivando contro all’altezza del collo. È un pezzo di corda di pianoforte. Hiro si china e ci passa sotto, fa ciao-ciao ai giovani cinesi che gli hanno teso la trappola e procede.
Il radar individua tre tipi rosa sfuocato che, in piedi su un lato del canale, maneggiano degli AK-47 cinesi. Hiro taglia per un canale laterale e li evita. Ma questo canale è più stretto e Hiro non sa con certezza dove conduca.
«Y.T.,» dice lui «dove diavolo siamo?»
«Sto guidando verso casa tua. Siamo andati a sbattere circa sei volte.»
Là in fondo il canale finisce. Hiro fa una virata di 180°. Con quel grosso scambiatore di calore dietro di sé, la barca non è molto manovrabile né veloce come vorrebbe Hiro. Ripassa sotto la corda della trappola e si mette a esplorare un altro stretto canale che aveva già percorso.
«Okay, siamo a casa. Sei seduto alla tua scrivania» dice Y.T.
«Okay,» dice Hiro «questa sarà dura.»
Procede per inerzia fino a uno stop nel bel mezzo del canale, esplora la zona alla ricerca di eventuali miliziani e teste di cavo, ma non ne vede. Nella barca di fianco a lui c’è una cinese alta un metro e mezzo che ha in mano una mannaia quadrata, intenta a tagliare qualcosa. Hiro pensa di poter correre il rischio: spegne la Realtà e ritorna nel Metaverso.
È seduto alla sua scrivania. Y.T. è in piedi di fianco a lui con le braccia conserte, raggiante nella sua posa.
«Bibliotecario?»
«Sì, signore» dice il Bibliotecario, entrando nella stanza.
«Ho bisogno delle planimetrie della portaerei Enterprise. Velocemente. Sarebbe grandioso se riuscissi a procurarmi del materiale in tre dimensioni.»
«Sì, signore» dice il Bibliotecario.
Hiro allunga la mano e afferra la Terra.
«VOI SIETE QUI» dice lui.
La Terra gira su se stessa finché Hiro non ha di fronte agli occhi il Raft. Poi la palla zooma verso di lui a una velocità terrificante. A Hiro bastano tre secondi per arrivare nel punto desiderato.
Se si trovasse in un punto normale e stabile del mondo – nella Lower Manhattan, per esempio – l’immagine sarebbe tridimensionale. Invece, deve accontentarsi di un’immagine da satellite a due dimensioni. Sta guardando un punto rosso sovraimposto a una fotografia in bianco e nero del Raft. Il punto rosso si trova al centro di uno stretto e nero canale d’acqua: VOI SIETE QUI.
È sempre un incredibile labirinto. Ma è molto più facile districarsi in un labirinto quando lo si può osservare dall’alto. Nel giro di sessanta secondi si trova in mezzo al Pacifico. È un’alba grigia e nebbiosa. I pennacchi di vapore che fuoriescono dallo scambiatore di calore della Ragione non fanno che rendere l’aria un po’ più densa.
«Dove diavolo sei?» domanda Y.T.
«Mi sto allontanando dal Raft.»
«Uau, grazie per l’aiuto.»
«Ritorno fra un attimo. Ho solo bisogno di un secondo per organizzarmi.»
«Ci sono un mucchio di loschi figuri qui intorno» dice Y.T. «Mi fissano.»
«Non fa niente» dice Hiro. «Sono certo che ascolteranno la voce della Ragione.»