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Raven porta Y.T. su una barca dal culo piatto coperta da una tettoia. È una specie di barca da fiume trasformata in una sede commerciale viet-thai-sino-americana, una sorta di bar-ristorante-bordello-bisca. Ha qualche grossa stanza, dove gironzolano molte persone, e in basso tante stanzette minuscole dalle pareti d’acciaio, dove solo Dio sa che attività si stanno svolgendo.

La stanza principale è piena di sfigati dediti alla crapula. Il fumo le stringe i bronchi con nodi incrociati. Il posto è dotato di un sound-system da Terzo mondo che sta andando in pezzi: distorsione pura a trecento decibel che rimbalza sulle pareti d’acciaio. C’è un televisore attaccato al muro con dei bulloni che trasmette cartoni animati stranieri, in uno schema a due colori, magenta sbiadito e verde vischio, in cui un lupo mostruoso, tipo Will Coyote con la rabbia, viene ripetutamente giustiziato con metodi così violenti che neanche la Warner Bros riuscirebbe a immaginare. È un cartone animato snuff. La colonna sonora o è completamente spenta oppure è sopraffatta dalla melodia stridente che esce dagli amplificatori. Un gruppo di ballerini erotici si esibisce in un angolo della stanza.

C’è una calca da non crederci, non troveranno mai un posto a sedere. Ma appena Raven entra nella stanza, alcuni tipi nell’angolo scattano subito in piedi e si dileguano da un tavolo, portandosi via, come d’istinto, sigarette e bicchieri. Raven spinge Y.T. davanti a sé attraverso la stanza, come se fosse una polena sul suo kayak, e ovunque vadano la gente viene allontanata, al suo passaggio, dal quasi palpabile campo di forza emanato da Raven.

Raven si china per guardare sotto il tavolo, solleva una sedia dal pavimento e controlla sotto il sedile – non si è mai troppo prudenti con quelle sedie-bomba –, la rimette giù, la spinge in fondo all’angolo dove si incontrano le due pareti d’acciaio e si siede. Fa cenno a Y.T. di fare lo stesso e lei obbedisce, volgendo la schiena all’azione. Da qui riesce a vedere la faccia di Raven, illuminata perlopiù da punte di luce occasionali che provengono, filtrando attraverso la folla, dalla palla stroboscopica che ruota sopra i ballerini erotici, e dalla generalizzata nebbia verde e magenta proveniente dal televisore, acuita di tanto in tanto da flash – nel momento in cui il lupo dei cartoni fa l’errore di ingoiare un’altra bomba all’idrogeno o ha la sfortuna di essere nuovamente innaffiato con un lanciafiamme.

Arriva subito un cameriere. Raven comincia a urlarle dall’altra parte del tavolo. Y.T. non lo sente, ma può darsi che le stia chiedendo cosa vuole.

«Un cheeseburger!» urla.

Raven ride, scuote la testa. «Vedi delle mucche da queste parti?»

«Qualsiasi cosa, ma non pesce!» grida.

Raven per un po’ parla col cameriere in una qualche variante della taxilingua.

«Ti ho ordinato dei calamari» grida lui. «Sono molluschi.»

Grandioso. Raven, l’ultimo dei veri gentlemen.

Ha inizio una conversazione urlata che dura quasi un’ora. Raven è quello che urla di più. Y.T. ascolta, sorride e annuisce. Si spera che non stia dicendo niente del tipo: “Mi piace il sesso violento e trasgressivo”.

Lei non pensa proprio che stia dicendo cose del genere. Parla di politica. Y.T. coglie dei frammenti di storia degli aleuti, un pezzo qua e uno là, quando Raven non si sta ficcando dei calamari in bocca e la musica non è troppo forte: «I russi ci hanno fottuto… il vaiolo aveva una mortalità del novanta per cento… lavoravamo come schiavi cacciando le foche per loro… la follia di Seward… I nipponici di merda hanno deportato mio padre nel ’42, lo hanno messo in un campo di prigionia per…».

«Poi gli americani ci hanno tirato la bomba atomica del cazzo. Si può essere più stronzi di così?» dice Raven. La musica si interrompe per un attimo; improvvisamente riesce a sentire alcune frasi per intero. «I nipponici dicono di essere l’unico popolo che si sia mai beccato la bomba atomica. Ma ogni potenza nucleare ha un gruppo aborigeno sul cui territorio sperimenta le proprie armi. In America hanno lanciato la bomba sugli aleuti. Amchitka. Mio padre» dice Raven sorridendo con orgoglio «di bombe se ne è prese due: una a Nagasaki, quando rimase cieco, e poi di nuovo nel 1972, quando gli americani hanno bombardato la nostra terra.»

Grandioso, pensa Y.T. Ha un nuovo fidanzato, ed è un mutante. Questo spiega qualche cosetta.

«Io sono nato pochi mesi dopo» continua Raven, battendo sempre sullo stesso chiodo.

«Come sei entrato in contatto con questi Orto?»

«Mi sono staccato dalle nostre tradizioni e sono finito a Soldotna, a lavorare su una piattaforma petrolifera» dice Raven, come se Y.T. sapesse dove si trova Soldotna. «Lì mi ubriacavo sempre e mi hanno fatto questo» dice lui, indicando il tatuaggio. «E sempre lì ho imparato a fare l’amore, che è l’unica cosa che so fare meglio del lavoro con l’arpione.»

Y.T. non può fare a meno di pensare che, nella mente di Raven, scopare e arpionare sono attività strettamente connesse. Ma non può nemmeno nascondersi che, nonostante la rudezza del tipo, si sta arrapando in modo inquietante.

«Lavoravo anche sui pescherecci, per arrotondare un po’. Ritornavamo da battute di caccia agli halibut che duravano quarantotto ore – ai tempi in cui esistevano ancora leggi che regolavano la pesca – e ci mettevamo le nostre tute di sopravvivenza, ci infilavamo delle birre nelle tasche e ci buttavamo in acqua e ce ne restavamo lì a mollo a bere per tutta la notte. Una volta, in una situazione del genere, ho bevuto fino a svenire. Quando mi sono svegliato era il giorno dopo o forse qualche giorno più tardi, non lo so. E stavo galleggiando nella mia tuta di sopravvivenza nel bel mezzo della baia di Cook, completamente solo. Gli altri uomini del mio peschereccio si erano dimenticati di me.»

Bisogna capirli, pensa Y.T.

«Comunque, sono rimasto a galla per un paio di giorni. Avevo molta sete. Sono finito sulla costa dell’isola di Kodiak. A quel punto stavo malissimo per via del delirium tremens e tutto il resto. Ma ho toccato terra vicino a una chiesa ortodossa russa e loro mi hanno trovato, portato dentro e rimesso in sesto. E fu lì che mi resi conto che lo stile di vita occidentale e americano era arrivato vicinissimo a uccidermi.»

Ecco che arriva il predicozzo.

«E ho capito che si può vivere solo con la fede, una vita semplice. Niente alcol. Niente televisione. Niente di tutta quella roba.»

«E allora cosa ci facciamo in questo posto?»

Lui si stringe nelle spalle. «Questo è un esempio dei brutti posti in cui bazzicavo. Ma se vuoi mangiare del cibo decente sul Raft, devi venire in posti come questo.»

Un cameriere si avvicina al tavolo. Ha gli occhi sbarrati, è incerto nei movimenti. Non viene per prendere le ordinazioni; viene a portare cattive notizie.

«Signore, la desiderano alla radio. Mi dispiace.»

«Chi è?» domanda Raven.

Il cameriere si guarda intorno come se non potesse nemmeno pronunciare il nome in pubblico. «È molto importante» dice.

Raven tira un profondo sospiro, afferra l’ultimo pezzo di pesce e se lo ficca in bocca. Si alza e, prima che Y.T. abbia il tempo di reagire, le dà un bacio sulla guancia. «Tesoro, devo fare un lavoretto, o qualcosa del genere. Tu mi aspetti qui, okay?»

«Qui?»

«Nessuno verrà a romperti il cazzo» dice Raven, a beneficio del cameriere e di Y.T. allo stesso tempo.