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A volte vedono delle barche in lontananza. Alcune si avvicinano addirittura per dare un’occhiata, ma nessuna sembra dell’umore di salvare della gente. Nei dintorni del Raft ci sono pochi altruisti, e deve risultare evidente che non hanno molto di cui essere derubati.

Di quando in quando vedono un peschereccio d’altura, tra i quindici e i trenta metri di lunghezza, con una mezza dozzina di veloci barchette ammassate tutt’intorno.

Quando Eliot li informa che si tratta di navi pirata, Vic e Occhiodipesce drizzano le antenne. Vic sfodera il fucile dalla collezione di borse pesanti che usa per proteggerlo dagli spruzzi di salsedine e ne stacca l’enorme dispositivo ottico, in modo da usarlo come cannocchiale. Hiro non vede altra ragione di togliere il dispositivo ottico dal fucile per guardarci attraverso, se non il fatto che, se non lo fai, sembra che tu stia prendendo di mira tutto quello che vedi.

Ogni volta che una nave pirata entra nel loro campo visivo, si mettono tutti in fila per guardare nel dispositivo ottico, giocando con tutti i modi dei sensori: visibile, infrarosso eccetera. Eliot ha indugiato tanto a lungo sulla linea dell’orizzonte che ormai è in grado di distinguere i colori dei diversi gruppi di pirati, perciò, esaminandoli attraverso il dispositivo ottico, può indicarne la posizione: un giorno Clint Eastwood e la sua banda procedono affiancati a loro per qualche minuto e li osservano; un’altra volta i Magnifici Sette mandano una delle loro barchette a dar loro un’occhiata da vicino, in cerca di un eventuale bottino. Hiro spera quasi di essere preso prigioniero dai Sette, perché hanno la nave pirata più bella: un ex yacht di lusso con rampe di lancio per missili Exocet installate alla bell’e meglio sul ponte di prua. Ma queste ricognizioni non portano a nulla. I pirati, a digiuno di termodinamica, non afferrano il senso di quel continuo pennacchio di vapore che esala da sotto la scialuppa.

Un mattino, molto vicino a loro, come uscito dal nulla con lo svanire della nebbia, si materializza un peschereccio con reti a strascico. È da un po’ che Hiro ne sentiva il motore, ma non si era reso conto di quanto fosse vicino.

«Chi sono quelli?» domanda Occhiodipesce, strozzandosi col caffè liofilizzato che tanto disprezza. È avvolto in una coperta spaziale e parzialmente accoccolato sotto la calotta impermeabile della barca – solo la faccia e le mani in vista.

Eliot li inquadra col dispositivo ottico. Benché non sia un tipo molto espansivo, è chiaro che non è molto contento di quello che vede. «È Bruce Lee» dice lui.

«Da cosa lo deduci?» dice Occhiodipesce.

«Be’, guarda i colori» dice Eliot.

La nave è abbastanza vicina perché tutti possano vederne la bandiera piuttosto chiaramente. È rossa con un pugno d’argento nel mezzo e, sotto, un paio di nunchaku incrociati e le iniziali – BL – su entrambe le facce.

«E che mi dici di loro?» dice Occhiodipesce.

«Be’, vuoi sapere del tipo che si fa chiamare Bruce Lee, che è un po’ il loro capo? Ha un giubbotto con dietro quei colori.»

«E allora?»

«Allora non sono solo ricamati o dipinti, sono fatti con degli scalpi. Tipo patchwork.»

«Che cosa stai dicendo?» domanda Hiro.

«Si dice – ma sono solo voci – che abbia fatto il giro delle navi dei profughi in cerca di gente coi capelli rossi o argentati per mettere insieme gli scalpi di cui aveva bisogno.»

Hiro non ha ancora digerito questa cosa che Occhiodipesce prende una decisione inaspettata. «Voglio parlare con questo Bruce Lee» dice. «Mi interessa.»

«Perché diavolo vuoi parlare con questo psicopatico del cazzo?» dice Eliot.

«Già» dice Hiro. «Non ha visto la serie di “Eye Spy”? È un pazzo furioso.»

Occhiodipesce alza le braccia come a dire che la risposta, come la teologia cattolica, va oltre la comprensione umana. «Così ho deciso» dice lui.

«E chi cazzo sei tu?» dice Eliot.

«Presidente di questa barca di minchia» dice Occhiodipesce. «Mi autocandido seduta stante, c’è qualcuno che mi sostiene?»

«Ooh» dice Vic – è la prima cosa che dice in quarantotto ore.

«Chi è d’accordo dica “ooh”!» dice Occhiodipesce.

«Ooh!» dice Vic, in un’esplosione di florida eloquenza.

«Vinco io» dice Occhiodipesce. «Allora come facciamo a convincere questi tizi di Bruce Lee a venire a parlare con noi?»

«E perché dovrebbero voler parlare con noi?» dice Eliot. «Non abbiamo niente che possa interessargli se non il deretano.»

«Vuoi dire che i tipi sono omo?» fa Occhiodipesce, con la faccia che gli si contrae.

«Ma porca troia,» dice Eliot «non hai nemmeno battuto ciglio quando ti ho detto degli scalpi.»

«L’avevo detto, io, che non mi piaceva per niente quella barca» dice Occhiodipesce.

«Se per te cambia qualcosa, quei tipi non sono gay nel senso in cui noi di solito ce li immaginiamo» spiega Eliot. «Sono etero, ma pirati. Vanno dietro a qualsiasi cosa calda e concava che trovano.»

Occhiodipesce prende una decisione fulminea. «Okay, voi due, Hiro ed Eliot, voi siete cinesi. Spogliatevi.»

«Cosa?»

«Forza. Sono il presidente, ricordate? Volete che lo faccia Vic al posto vostro?»

Eliot e Hiro non riescono a trattenersi dal guardare in direzione di Vic, che se ne sta seduto lì come un rimbambito. Nel suo atteggiamento c’è qualcosa di estremamente disincantato che incute paura.

«Obbedite, porca puttana, o vi ammazzo» dice Occhiodipesce, chiudendo la questione.

Eliot e Hiro, barcollando impacciati sulla superficie instabile della zattera, si sfilano le tute di sopravvivenza. Poi si tolgono il resto dei vestiti, esponendo, per la prima volta da qualche giorno, la pelle liscia e nuda all’aria aperta.

Il peschereccio arriva sottobordo, a non più di sette metri di distanza, e spegne i motori. Sono ben equipaggiati: una mezza dozzina di zodiac con motori fuoribordo nuovi, un missile tipo Exocet, due radar, e un mitragliatore calibro cinquanta a entrambe le estremità della barca, momentaneamente spopolata. Un paio di motoscafi vengono trainati dal peschereccio – come dinghy –, anch’essi dotati di un pesante mitragliatore. Inoltre c’è uno yacht di dieci metri che li segue, ma procedendo autonomamente.

La ciurma di pirati di Bruce Lee comprende circa venticinque uomini, tutti allineati lungo il parapetto del peschereccio: digrignano i denti, fischiano e ululano come lupi, mentre agitano al vento goldoni srotolati.

«Ehi, amici, non preoccupatevi, non gli permetterò di incularvi» dice Occhiodipesce con un ghigno.

«Che cosa vuoi fare,» chiede Eliot «consegnargli un’enciclica papale?»

«Sono certo che ascolteranno la voce della ragione» dice Occhiodipesce.

«Questi uomini non hanno paura della Mafia, se è questo che intendi dire» dice Eliot.

«Solo perché non ci conoscono abbastanza.»

Alla fine viene fuori il leader, Bruce Lee in persona, un tipo sulla quarantina che porta un panciotto di kevlar con sopra un altro panciotto per le munizioni, una bandoliera diagonale, una spada da samurai – a Hiro piacerebbe moltissimo sfidarlo –, i nunchaku e i suoi colori, il patchwork di scalpi umani.

Lancia a tutti loro un bel sorriso, dà un’occhiata a Hiro ed Eliot, fa un gesto altamente evocativo coi pollici alzati e, con aria da bellimbusto, una vasca sulla nave, scambiando dei cinque alti con i suoi simpatici amici. Di tanto in tanto ne sceglie uno a caso, accennando al suo goldone. Il pirata si porta il preservativo alle labbra e lo gonfia fino a farlo diventare un viscido palloncino rigato da nervature. Bruce Lee lo esamina per accertarsi che non ci siano fori. Evidentemente, il tipo comanda una nave seria.

Hiro non può fare a meno di fissare gli scalpi sulla schiena di Bruce Lee. I pirati notano il suo interesse e si mettono a fare delle smorfie indicandoli, fanno dei cenni col capo e poi si voltano di nuovo verso di lui con grandi occhi beffardi. I colori hanno l’aria troppo uniforme – nel rosso non c’è alcun cambiamento tra uno scalpo e l’altro. Hiro conclude che Bruce Lee, contrariamente a quanto si dice su di lui, deve essere andato in giro a prendere scalpi di qualsiasi colore, poi li ha sbiancati e infine li ha tinti. Che infamone.

Alla fine Bruce Lee torna verso il centro della nave e lancia un altro largo sorriso. Ha un sorriso grande e abbagliante, e ne è ben conscio; forse è per via di quei diamanti da un carato incollati sui denti davanti.

«Figata di nave» fa lui. «Forse voi, far cambio, eh? Ahahah.» Tutti sulla zattera, eccetto Vic, abbozzano un debole sorriso.

«Dove andate? Key West? Ahahah.»

Per un po’ Bruce Lee esamina Hiro ed Eliot, fa ruotare l’indice per dire che dovrebbero girarsi per mostrare le loro estremità posteriori. Loro obbediscono.

«Quanto?»1 dice Bruce Lee, e tutti i pirati ridono fragorosamente, soprattutto Bruce Lee. Hiro sente il suo sfintere contrarsi fino ad assumere il diametro di un poro.

«Chiede quanto costiamo» dice Eliot. «Vedi, è uno scherzo, perché sanno che possono venire qui e prendersi i nostri culi gratis.»

«Oh, esilarante!» dice Occhiodipesce. Mentre Hiro ed Eliot si stanno letteralmente congelando il culo, lui è ancora rannicchiato sotto la calotta, il bastardo.

«Missilpione, piace?» fa Bruce Lee indicando uno dei missili antinave sul ponte. «Bug? Motorola?»

«Il missilpione è un missile arpione antinave, molto caro» dice Eliot. «Un bug è un microchip. Motorola è una marca, come Ford o Chevrolet. Bruce Lee tratta molti articoli elettronici – sapete, è il tipico pirata asiatico.»

«Ci darebbe un missile arpione in cambio di voi due?» dice Occhiodipesce.

«No! Sta solo pigliando per il culo, testa di cazzo» dice Eliot.

«Digli che vogliamo una barca con motore fuoribordo» dice Occhiodipesce.

«Vuole uno zodo, tosto e benzapieno» dice Eliot.

D’un tratto Bruce Lee si fa serio e prende realmente in considerazione l’offerta. «Vedere per credere, chomsayen? Apertura e contrazione.»

«Prende in considerazione l’offerta solo se possono venire a controllare la mercanzia» dice Eliot. «Vogliono vedere quanto siamo sodi e se siamo capaci di controllare le contrazioni. Sono tutte regole dell’industria bordelliera del Raft.»

«Americanboys me pare un dodici, ahahah.»

«I ragazzi americani sembrano avere buchi del culo calibro dodici,» dice Eliot «cioè, siamo tutti sfondati e non valiamo un bel niente.»

Occhiodipesce salta su, parlando tra sé. «No, no, quattro-decimi, al massimo!»

Per tutto il ponte della nave pirata si diffonde un risolino d’eccitazione.

«Niente da fare» dice Bruce Lee.

«Questi americanboys» dice Occhiodipesce «cagano stronzi più piccoli delle ciliegie.»

Tutto il ponte prorompe in una risata rozza e fortissima. Uno dei pirati si arrampica sul parapetto, mira un pugno in alto e grida: «Ba ka na zu ma lay ga no ma la aria ma na po no a ab zu…». A quel punto tutti gli altri pirati smettono di ridere, si sono fatti seri in viso e si uniscono a lui, sbraitando ognuno il suo particolare barbuglio, agitando l’aria con un ululato roco e profondo.

Quando la zattera, all’improvviso, si muove, i piedi di Hiro si spostano dal baricentro del suo corpo; vede Eliot cadere per terra vicino a sé.

Alza lo sguardo verso la nave di Bruce Lee, ma lo distoglie involontariamente nel vedere quella che sembra un’onda scura che si rompe al di sopra del parapetto e si riversa poi sulla schiera dei pirati, dalla poppa, e poi, sempre più avanti, su tutto il peschereccio. Ma è solo una specie di illusione ottica. In realtà non si tratta assolutamente di un’onda. Improvvisamente si trovano a quasi venti metri dal peschereccio, e non a sette. Le risa sul parapetto si dileguano in lontananza, e Hiro sente un altro rumore: un ronzio proveniente dalla parte di Occhiodipesce mentre nell’aria tutt’intorno si diffonde un sibilo straziante, come il suono che precede il fulmine, come un suono di lenzuola lacerate.

Voltandosi di nuovo verso il peschereccio di Bruce Lee, Hiro vede che l’oscuro fenomeno simile a un’onda era un’onda di sangue, come se qualcuno avesse innaffiato il ponte con una gigantesca aorta recisa. Ma non arrivava da fuori. Sgorgava dai corpi dei pirati, uno per uno, procedendo da poppa a prua. Sul ponte della nave di Bruce Lee ora è tutto assolutamente tranquillo e immobile, salvo il sangue e gli organi interni gelatinosi che scivolano giù per l’acciaio arrugginito per poi tuffarsi dolcemente – ploff – nell’acqua.

Occhiodipesce ora è in ginocchio e si è tolto di dosso la calotta e la coperta spaziale che l’hanno ricoperto finora. In una mano tiene un lungo congegno del diametro di cinque o sei centimetri, che è la fonte del ronzio. È un fascio circolare di tubi paralleli, spessi suppergiù come matite e lunghi circa sessanta centimetri, una sorta di mitragliatore Gatling miniaturizzato. Ruota su se stesso a una tale velocità che i singoli tubi sono difficili da distinguere; e poiché si muove così rapidamente, quando è in funzione diventa trasparente e assume un’aria spettrale, una nuvola luccicante e traslucente che schizza fuori dal braccio di Occhiodipesce. Il congegno è attaccato a un fascio, spesso come un polso, di tubi neri e cavi che serpeggiano dentro la grossa valigia, spalancata in fondo alla zattera. La valigia ha uno schermo a colori incorporato con dei grafici che informano sullo stato di questo sistema bellico: quante munizioni sono rimaste, le condizioni di vari sottosistemi. Hiro gli dà solo una rapida occhiata prima che tutte le munizioni comincino a esplodere a bordo della nave di Bruce Lee.

«Vedete, ve l’avevo detto che avrebbero ascoltato la voce della Ragione» dice Occhiodipesce spegnendo il fucile ronzante.

Allora Hiro vede una targhetta sul quadro di controllo.

RAGIONE

versione 1.0B7

Sistema di mitragliatore a ipervelocità Gatling,

modello 3 mm.

Ng Security Industries, Inc.

PROTOTIPO NON DESTINATO ALL’USO SUL CAMPO

VIETATI I TEST IN ZONE ABITATE

– ULTIMA RATIO REGUM –

«Questo rinculo del cazzo a momenti ci spediva in Cina» dice Occhiodipesce con soddisfazione.

«Sei stato tu a farlo? Quello che è appena successo?» domanda Eliot.

«Sì. Con la Ragione. Vedete, spara queste schegge minuscole di metallo. Vanno davvero velocissime – hanno più energia di una pallottola da fucile. Uranio impoverito.»

Le canne turbinanti si sono ormai quasi fermate. A occhio, dovrebbero essere circa venticinque.

«Pensavo che odiassi i mitragliatori» dice Hiro.

«Odio ancora di più questa minchia di zattera. Prendiamoci qualcosa con cui portar via il culo, avete presente? Qualcosa con sopra un motore.»

A causa degli incendi e delle piccole esplosioni che si verificano sulla nave pirata di Bruce Lee, ci mettono un minuto a realizzare che sul peschereccio ci sono ancora delle persone vive, che non smettono di sparare contro di loro. Quando Occhiodipesce se ne rende conto, preme nuovamente il grilletto, le canne riprendono a turbinare fino a mutarsi in un cilindro trasparente, e ricomincia il sibilo straziante. Puntando il mitragliatore qua e là sulla nave, innaffia il bersaglio con una doccia ipersonica di uranio impoverito. Tutta la barca di Bruce Lee sembra luccicare e sprizzare scintille, come se Trilli in persona stesse volando avanti e indietro, da poppa a prua, spargendovi sopra una magica polvere nucleare.

Lo yacht più piccolo di Bruce Lee fa l’errore di avvicinarsi per vedere cosa succede. Occhiodipesce si gira un attimo da quella parte, e l’alto ponte aggettante dell’imbarcazione si ritrova in acqua.

I principali elementi strutturali del peschereccio perdono piano piano integrità. Dall’interno, dove grossi pezzi di metallo gruvierizzato si stanno spezzando, giungono paurosi rumori di scoppi e lacerazioni, e la sovrastruttura crolla piano piano dentro lo scafo come un soufflé sgonfiato. Appena Occhiodipesce se ne accorge, smette di sparare.

«Ora basta, capo» dice Vic.

«Sto fondendo!» esulta Occhiodipesce.

«Avremmo potuto usare quel peschereccio, stronzo» dice Eliot astioso, tirandosi su i pantaloni con uno strattone.

«Non volevo farlo saltare in aria. Ma evidentemente le pallottoline penetrano qualsiasi cosa.»

«Un pensiero molto acuto» dice Hiro.

«Be’, mi dispiace molto di aver fatto una piccola azione per salvarvi il culo. Su, dài, andiamo a prendere una di quelle barchette prima che brucino tutte.»

Remano verso lo yacht decapitato. Quando lo raggiungono, il peschereccio di Bruce Lee non è che uno scafo d’acciaio vuoto da cui si levano fumo e fiamme condite, qua e là, da un’esplosione.

La porzione restante dello yacht è piena, pienissima, di piccoli fori e luccica tutta per via dei frammenti di vetroresina esplosi: un milione di piccole fibre di vetro lunghe circa un millimetro. Lo skipper e i membri dell’equipaggio, o piuttosto lo stufato a cui sono stati ridotti quando il ponte è stato colpito dalla Ragione, sono scivolati nell’acqua insieme al resto dei detriti, non lasciandosi alle spalle alcuna prova della loro precedente esistenza su quella barca, all’infuori di un paio di lunghe scie parallele che corrono giù fino all’acqua. Ma nella stiva c’è un ragazzo filippino – la stiva è molto in basso – illeso e solo vagamente conscio dell’accaduto.

Molti cavi elettrici sono stati segati in due. Eliot tira fuori una scatola degli attrezzi sottocoperta e passa le dodici ore successive a risistemare le cose finché riesce ad accendere il motore e a guidare lo yacht. Hiro, che ha conoscenze rudimentali di elettricità, fa la parte del garzone e consigliere palle mosce.

«Hai sentito come parlavano i pirati prima che Occhiodipesce aprisse il fuoco su di loro?» domanda Hiro a Eliot mentre lavorano.

«Intendi il pidgin?»

«No. Proprio alla fine. Il barbuglio.»

«Sì. È una cosa del Raft.»

«Davvero?»

«Già. Uno comincia e il resto lo segue. Penso che sia solo una moda passeggera.»

«Ma è molto diffusa sul Raft?»

«Sì. Parlano tutti lingue diverse, sai, tutti quei gruppi etnici diversi. Cazzo, è come torre di Babele. Mi sa che quando fanno quel suono – quando barbugliano insieme – cercano solo di imitare il suono delle altre lingue.»

Il ragazzino filippino si mette a cucinare per loro. Vic e Occhiodipesce si siedono nella principale cabina sottocoperta e mangiano, sfogliano riviste cinesi, guardano le fotografie di pollastre asiatiche, dando ogni tanto un’occhiata a qualche carta nautica. Quando Eliot rimette in funzione l’impianto elettrico, Hiro attacca il suo personal computer, per ricaricare le batterie.

Quando lo yacht è di nuovo a posto, è ormai calato il buio. In direzione sud-est, una colonna di luce fluttua e si riflette a intermittenza sul basso strato di nubi sovrastante.

«C’è il Raft là in fondo?» domanda Occhiodipesce indicando verso la luce, mentre tutte le mani convergono verso l’improvvisato centro di controllo di Eliot.

«Sì» dice Eliot. «Di notte accendono le luci in modo che i pescherecci possano ritrovare la via del ritorno.»

«Quanto pensi sia lontana?» domanda Occhiodipesce.

Eliot si stringe nelle spalle. «Trenta chilometri.»

«E quanto dalla terraferma?»

«Non ne ho idea. Lo skipper di Bruce Lee probabilmente lo sapeva, ma è stato ridotto a purè come tutti gli altri.»

«Hai ragione» dice Occhiodipesce. «Avrei dovuto metterla su “sbattere” o “tritare”.»

«Il Raft rimane di solito almeno a centocinquanta chilometri dalla riva» dice Hiro «per ridurre il pericolo di finire su una secca.»

«Come facciamo per la benzina?»

«Ho dato un occhio al serbatoio» dice Eliot «e, a dire il vero, non sembriamo messi molto bene.»

«Che cosa significa “non sembriamo messi molto bene”?»

«Non è sempre facile leggere il livello in mare aperto» dice Eliot. «E non so quanto consumano questi motori. Ma se ci troviamo veramente a cento o centocinquanta chilometri al largo dalla costa, potremmo non farcela.»

«Allora andiamo al Raft» dice Occhiodipesce. «Andiamo al Raft e convinciamo qualcuno che è nel suo sommo interesse darci del carburante. E poi ce ne ritorniamo a terra.»

Nessuno crede veramente che le cose andranno in questo modo, men che meno Occhiodipesce. «Chiaramente,» continua «quando saremo là, sul Raft – dopo aver recuperato il carburante e prima di andarcene a casa –, potrebbero anche succedere altre cose… La vita è imprevedibile.»

«Se hai in mente qualcosa, perché non sputi il rospo?» dice Hiro.

«Va bene. Decisione strategica. La tattica degli ostaggi è fallita. Perciò ricorreremo a un prelievo.»

«Prelievo di cosa?»

«Di Y.T.»

«Sono d’accordo,» dice Hiro «ma, visto che dobbiamo prelevare, c’è anche un’altra persona che preleverei.»

«Chi?»

«Juanita. Andiamo, hai detto tu stesso che era una brava ragazza.»

«Se si trova sul Raft, può darsi che non sia tanto brava» dice Occhiodipesce.

«La voglio prelevare comunque. Siamo tutti sulla stessa barca, no? Facciamo tutti parte della squadra di Lagos.»

«Bruce Lee ha dei suoi uomini laggiù» dice Eliot.

«Rettifica. Li aveva.»

«Voglio dire che saranno tutti incazzati.»

«Tu pensi che saranno incazzati. Io penso che si saranno già cagati addosso dalla paura» dice Occhiodipesce. «Ora porta tu la barca, Eliot. Dài, sono stufo di tutta quest’acqua del cazzo.»

1. In italiano nel testo. Bruce Lee parla il pidgin. (NdT)