47 / 71
47
Quando, per la seconda volta, le balza all’occhio che sono tutti sconvolti di brutto, comincia a notare altre cose sul loro conto. Per esempio, nessuno la guarda mai negli occhi. Specialmente gli uomini. Non c’è più sesso in questi uomini, glielo hanno sepolto dentro troppo in profondità. Che non guardino le babushke grasse, passi. Ma lei è una pollastra americana di quindici anni, ed è abituata a ricevere, qua e là, degli sguardi. Qui niente.
Fino a quando, un giorno, sollevando gli occhi dalla grossa teglia di pesce, si trova davanti un petto d’uomo. E seguendo il petto fino al collo e sempre più su fino alla faccia, vede un paio di occhi scuri che, in alto di là dal bancone, la fissano dritto nelle pupille.
C’è scritto qualcosa sulla fronte: SCARSO CONTROLLO IMPULSI. Il che è spaventoso. E anche sexy. Gli conferisce un’aria in qualche misura romantica che nessuno tra questa gente possiede. Lei si era immaginata il Raft come un posto oscuro e pericoloso e, invece, lavorare qui è come lavorare dove lavora la mamma. Questo tipo è la prima persona che abbia veramente l’aspetto di uno del Raft.
E ha anche quel modo di guardare in basso. Con una classe incredibile. Anche se porta un paio di baffi sottili che non si addicono molto alla sua faccia. Non valorizzano assolutamente i suoi lineamenti.
«Prendi della sbobba? Una o due teste di pesce?» domanda lei, facendo dondolare il mestolo in modo pittoresco. Parla sempre in questo modo rozzo con quella gente perché, comunque, nessuno può capirla.
«Prendo tutto quello che mi offri» dice l’uomo. In inglese. In tono vagamente allegro.
«Non offro niente,» dice lei «ma se vuoi dare un’occhiata, va benissimo.»
Rimane lì a guardare per un po’. Abbastanza a lungo perché della gente in fondo alla fila si sollevi sulle punte dei piedi per vedere quale sia il problema. Ma quando si accorge che il problema è questo particolare individuo, si abbassa all’istante, incurvandosi, come per fondersi nella massa di lana fetente di pesce.
«Che c’è oggi di dessert?» domanda il tipo. «Hai qualcosa di dolce da darmi?»
«Siamo contrari ai dessert» dice Y.T. «È peccato, cazzo! Non ti ricordi?»
«Dipende dal tuo orientamento culturale.»
«Ah, sì? E tu verso quale cultura sei orientato?»
«Sono un aleuta.»
«Oh. Non ne avevo mai sentito parlare.»
«Perché ci hanno fottuti tutti,» dice il grosso e spaventoso aleuta «peggio di qualsiasi altro popolo nella storia.»
«Mi dispiace» dice Y.T. «Allora, be’, vuoi che ti serva del pesce o hai intenzione di tenerti la fame?»
Il grosso aleuta la fissa per un po’. Quindi, gira di scatto la testa da una parte e dice: «Dài. Portiamo via il culo da questo posto».
«Cosa? Devo lasciare questo magnifico lavoro?»
Lui fa un sorriso buffo. «Posso trovarti un lavoro migliore.»
«In questo lavoro, posso tenermi i vestiti addosso?»
«Dài, vieni. Ora ce ne andiamo» dice lui, con gli occhi che ardono dentro di lei. Y.T. cerca di ignorare un’improvvisa sensazione di calda tensione tra le gambe.
Si mette a seguirlo lungo la fila della mensa, cercandovi una breccia da cui uscire per passare nella sala da pranzo.
Quella troia della capa babushka arriva a passi pesanti da dietro, le grida contro in una lingua incomprensibile.
Y.T. si gira per guardarla. Sente un paio di manone risalirle i fianchi fino alle ascelle; lei cerca di fermarle abbassando le braccia. Ma è inutile, le mani arrivano in alto e continuano a salire e tirano, si sollevano a mezz’aria, trasportando in alto anche lei. Il grosso tipo la fa penzolare sopra il bancone come se fosse una bambina di tre anni e la riappoggia a terra vicino a sé.
Y.T. si gira per vedere quella troia della capa babushka, che però è come pietrificata per la sorpresa, la paura e l’oltraggio al pudore, insieme. Ma alla fine prevale la paura, spalanca gli occhi, si volta dall’altra parte e va a sostituire Y.T. in postazione teglia numero nove.
«Grazie per il servizio d’ascensore» dice Y.T., con un ridicolo e tremolante miagolio. «Ah, ma non volevi mangiare qualcosa?»
«Pensavo comunque di uscire» dice lui.
«Uscire? Dove si può andare, qui, sul Raft?»
«Vieni, ti faccio vedere.»
La conduce attraverso passerelle, su per ripide scale e poi fuori, sul ponte. È quasi il tramonto, la torretta di controllo della Enterprise si profila dura e nera contro il grigio profondo del cielo che in quel momento si rabbuia e si incupisce così in fretta da sembrare più scuro che a mezzanotte. Ma per ora non si è ancora accesa nessuna luce e tutt’intorno non si vede che acciaio nero e cielo d’ardesia.
Lo segue lungo il ponte della nave fino a poppa. Qui c’è uno strapiombo di dieci metri sull’acqua e i due percorrono con lo sguardo la ricca zona russa, tutta bianca e pulita, separata dalla squallida accozzaglia di roba scura del Raft vero e proprio, per mezzo di un ampio canale pattugliato da sbirri armati. Non ci sono scale né d’acciaio né di corda, ma c’è una spessa fune che pende dal parapetto. Il grosso aleuta tira su un pezzo di corda e, con un rapido movimento, la fa passare sotto un braccio e sopra una gamba. Poi mette un braccio intorno alla vita di Y.T., stringendola nell’incavo dell’arto, si sporge all’indietro e si lascia cadere dalla nave.
Lei si rifiuta categoricamente di urlare. Sente la fune che le blocca il corpo, sente il braccio dell’uomo stringerla così forte che, per un attimo, le manca il respiro, e poi si trova sospesa, sospesa nell’incavo del suo braccio.
Y.T. ha abbassato le braccia lungo i fianchi, con aria di sfida. Ma, solo per il gusto di farlo, si appoggia a lui, gli cinge il collo con le braccia e appoggia la testa sulla sua spalla, tenendosi ben stretta. Lui si cala lungo la fune e ben presto si trovano in piedi sulla versione russa, ricca e disinfettata del Raft.
«A proposito, come ti chiami?» domanda lei.
«Dmitri Ravinoff» dice lui. «Meglio conosciuto come Raven.»
Oh, merda.
I collegamenti tra le barche sono intricati e imprevedibili. Per spostarsi da un punto A a un punto B bisogna girovagare a lungo. Ma Raven sa dove andare. Di tanto in tanto allunga il braccio per prenderle la mano, ma non la sta trascinando, nonostante cammini molto più lentamente di lui. Ogni tanto si gira verso di lei con un sorriso, come per dire: potrei farti del male, ma non lo faccio.
Arrivano in un posto dove la zona russa è collegata al resto del Raft per mezzo di un ampio ponte sorvegliato da alcuni tipi armati di Uzi. Raven li ignora, prende di nuovo Y.T. per mano e attraversa il ponte con lei. Y.T. non ha quasi il tempo di pensare alle implicazioni di questa vicenda, quand’ecco che l’illuminazione la coglie, si guarda intorno, vede tutti questi asiatici macilenti che la fissano come se fosse un pranzo da cinque portate e constata: sono sul Raft. Veramente sul Raft.
«Questi sono vietnamiti di Hong Kong» dice Raven. «Sono partiti dal Vietnam come boat people dopo la guerra e sono arrivati a Hong Kong; quindi, è da un paio di generazioni che vivono sui sampan. Non spaventarti, non sei in pericolo.»
«Non penso che riuscirei a trovare la strada per tornare indietro da sola» dice Y.T.
«Tranquilla» dice lui. «Non ho mai perso una fidanzata.»
«Hai mai avuto una fidanzata?»
Raven rovescia la testa all’indietro e si mette a ridere. «Molte, molto tempo fa. Non così tante negli ultimi anni.»
«Davvero? Molto tempo fa? È allora che ti hanno fatto il tatuaggio?»
«Già. Ero un alcolizzato. Mi mettevo sempre nei pasticci. Sono sobrio da otto anni.»
«E allora perché tutti hanno paura di te?»
Raven si volta verso di lei, sorride a trentadue denti e si stringe nelle spalle. «Oh, perché, sai, sono un killer incredibilmente crudele, efficiente e dal sangue freddo.»
Y.T. ride. Anche Raven.
«Che lavoro fai?» domanda Y.T.
«Lavoro con l’arpione» dice lui.
«Come in Moby Dick?» A Y.T. piace l’idea. Ha letto quel libro a scuola. La maggioranza in classe, persino i peggiori secchioni, pensava che il libro fosse totalmente incasinato. Ma a lei piaceva tutta la storia degli arpionamenti.
«Nah. In confronto a me, quelli di Moby Dick erano delle mezze seghe.»
«Che genere di cose arpioni?»
«Una marea.»
Da questo momento in poi, guarda solo verso di lui. O verso oggetti inanimati. Perché altrimenti non vedrebbe altro che migliaia di occhi scuri che la fissano. Da questo punto di vista, tutto è cambiato da quando era una lanciasbobba per i repressi.
Un po’ perché lei è così diversa. Un po’ perché sul Raft non c’è privacy e per muoverti devi saltare da una barca all’altra. E poiché ogni barca è la casa di una trentina di persone, è come passare in continuazione attraverso i soggiorni della gente. E i bagni. E le camere da letto. E, naturalmente, la gente guarda.
Camminano pesantemente su una zattera di fortuna costruita su bidoni di petrolio. Lì sopra ci sono due vietnamiti che discutono o mercanteggiano per qualcosa – una fetta di pesce, a quanto pare. Quello che è voltato verso di loro li vede arrivare. Gli occhi guizzano su e giù per il corpo di Y.T. senza interruzione, si fermano su Raven e si spalancano. Indietreggia. Il tipo con cui sta parlando, che dà loro le spalle, si gira e salta letteralmente in aria, emettendo un grugnito soffocato. Entrambi si tolgono veloci dalla traiettoria di Raven.
Y.T. adesso capisce una cosa importante: questa gente non sta guardando lei. Non la guardano mai due volte. Guardano tutti Raven. E non si tratta di quel tipo di sguardi riservati alle celebrità. Tutti questi tizi del Raft, questi duri e spaventosi abitanti del mare, se la fanno addosso davanti a quest’uomo.
E lei è in giro con lui.
E non è che l’inizio.
Improvvisamente, attraversando l’ennesimo soggiorno vietnamita, Y.T. ha un flashback della conversazione più straziante della sua vita, quando, circa un anno prima, la mamma aveva cercato di darle dei consigli su cosa fare nel caso un ragazzo si fosse comportato in modo sfacciato con lei. Sì, mamma, va bene. Ne terrò conto. Sì, farò in modo di ricordarmelo. Y.T. sapeva che i consigli erano inutili, e ciò dimostra che aveva ragione.