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«Dove sono andati?» domanda Hiro.
Si sono già messi tutti alla ricerca del segmento galleggiante, come se si fossero accorti contemporaneamente che non c’era più. Alla fine lo individuano, mezzo chilometro dietro di loro, abbandonato a se stesso nell’acqua. Ora i pezzi grossi e le guardie del corpo sono in piedi e guardano tutti nella stessa direzione. Il motoscafo gli gira intorno per recuperarlo.
«Devono aver trovato il modo di sganciare il cavo di rimorchio» dice Hiro.
«Non credo» dice l’uomo con l’occhio di vetro. «Era attaccato alla chiglia, sott’acqua. Ed è un cavo d’acciaio: tagliarlo è assolutamente impossibile.»
Circa a metà strada tra i russi e il motoscafo che li trainava, Hiro vede un’altra piccola imbarcazione che ballonzola sull’acqua. Non è facile da identificare, perché è piccolissima, radente all’acqua, dipinta con tenui colori naturali. È un kayak monoposto. Trasporta un uomo dai capelli lunghi.
«Merda» dice Livio. «Da dove minchia è sbucato?»
Il kayakista, per qualche istante, osserva le onde dietro di sé; improvvisamente si rigira e comincia a remare con forza, accelera, voltandosi ogni tot colpi. Sta arrivando una grossa onda e, mentre questa si gonfia sotto il kayak, l’uomo ne sfrutta la velocità. Il kayak si trova in cima al rigonfiamento e, cavalcando l’onda, schizza in avanti come un missile, procedendo d’un tratto due volte più veloce di qualsiasi altra cosa sull’acqua.
Solcando l’onda con un’estremità del remo, il kayakista opera dei bruschi cambiamenti di direzione. Poi sistema il remo di traverso nel kayak, allunga un braccio e tira fuori un oggettino di colore scuro, un tubo di circa un metro di lunghezza e se lo mette su una spalla.
Lui e il motoscafo si incrociano sfrecciando in direzioni opposte, a una distanza di sette/otto metri l’uno dall’altro. Poi il motoscafo salta in aria.
La Kowloon ha superato di qualche chilometro il punto in cui si è svolta tutta l’azione. Sta cambiando rotta, con la virata più stretta che una nave di queste dimensioni possa compiere, tenta un’inversione a U per tornare indietro e trattare coi russi e, cosa un po’ più problematica, con Raven.
Raven sta remando verso i suoi amici.
«Che coglione» dice Livio. «Che cosa ha intenzione di fare, rimorchiarli fino al Raft col suo kayak del cazzo?»
«Mi fa venire i brividi» dice l’uomo con l’occhio di vetro. «Accertati che ci siano dei picciotti di sopra con gli Stinger. Arriverà un elicottero a prenderli, o qualcosa del genere.»
«Il radar non segnala altre navi» dice uno dei soldati arrivando dal ponte. «Solo noi e loro. E manco elicotteri.»
«Voi lo sapete, vero?, che Raven ha una bomba atomica…» fa Hiro.
«L’ho sentito dire. Ma il kayak non è abbastanza grande. È minuscolo. Non posso credere che uno vada in mare aperto con una cosa del genere.»
Dall’acqua si leva una montagna. Una bolla d’acqua nera che continua a crescere e ad allargarsi. Ben al di là della zattera galleggiante appare una torre nera, che sorge dall’acqua in verticale e dalla cui cima spuntano due ali. La torre continua a crescere, le ali salgono sempre più in alto rispetto all’acqua e, infine, la montagna si innalza e prende forma. Stelle rosse e qualche numero. Ma nessuno ha bisogno di leggere i numeri per capire che è un sottomarino. Un sottomarino con testate nucleari.
Si ferma. Così vicino ai russi della zattera che Gurov e gli amici possono praticamente saltarci sopra. Raven rema verso di loro, fendendo le onde come un coltello di vetro.
«Minchia» dice l’uomo con l’occhio di vetro. È assolutamente sbalordito. «Minchia, minchia, minchia. Zio Enzo si incazzerà come una belva.»
«E chi poteva immaginare…» dice Livio. «Gli spariamo a quelli?»
Prima ancora che l’uomo con l’occhio di vetro possa prendere una decisione, dalla torretta del sottomarino nucleare spunta un obice. La prima granata li manca di pochi metri.
«Okay, la situazione è in rapida evoluzione. Hiro, tu vieni con me.»
Gli uomini dell’equipaggio della Kowloon si sono già fatti un’idea della situazione e hanno scommesso tutti sul sottomarino nucleare. Corrono su e giù lungo i parapetti, lanciando grosse capsule di vetroresina in acqua. Le capsule si aprono istantaneamente, rivelando vivaci pieghe arancione che, con un’improvvisa fioritura, si trasformano in lance di salvataggio.
Dopo che i cannonieri di ponte del sottomarino nucleare hanno stabilito come colpire la Kowloon, la situazione si evolve ancora più rapidamente. La Kowloon non sa decidere se affondare, bruciare o, semplicemente, disintegrarsi, così fa tutte e tre le cose contemporaneamente. A quel punto, la maggior parte della gente che si trovava a bordo si è già calata nelle scialuppe di salvataggio. Sono tutti lì che ballonzolano sull’acqua, tirano su le lampo dei giubbotti di sopravvivenza arancioni e guardano il sottomarino nucleare.
Raven è l’ultima persona a scendere sottocoperta nel sottomarino. Impiega un minuto o due per togliere alcune apparecchiature dal suo kayak: borse dal contenuto ignoto, una lancia di due metri e mezzo dalla punta traslucida a forma di foglia. Prima di essere inghiottito dallo sportello, si volta verso il relitto della Kowloon e solleva l’arpione sopra la testa, un gesto di trionfo e una promessa al tempo stesso. Poi se ne va. Un paio di minuti dopo se ne va anche il sottomarino.
«Quel tizio mi fa venire i brividi» dice l’uomo con l’occhio di vetro.