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Quando Hiro, alle cinque di mattino, supera il passo in moto, d’un tratto vede stendersi davanti a lui la città di Port Sherman, Oregon: un lampo di loglo giallo circondato da un’ampia valle a ferro di cavallo, scavata nella roccia molto tempo fa da una grossa lingua di ghiaccio, nell’era del cunnilinguo geologico. Ai suoi margini non si vede che un leggero pulviscolo dorato, che sfuma nella foresta pluviale, ma che diviene via via più denso e luminoso avvicinandosi alla zona del porto – un’insenatura lunga e stretta, simile a un fiordo, incuneata nella costa rettilinea dell’Oregon, una fossa profonda d’acqua nera e fredda, aperta dritto verso il Giappone.

Hiro è di nuovo in posizione sopraelevata. È una bella sensazione dopo lo slalom notturno. Troppi razzisti, troppi poliziotti a cavallo.

Non è una bella vista neanche a guardarli da quindici chilometri di distanza e da un chilometro e mezzo d’altezza. Oltre la zona centrale del porto, Hiro riesce a distinguere alcune chiazze di rosso, che è un po’ meglio del giallo. Vorrebbe vedere qualcosa di verde o blu o viola, ma a quanto pare non ci sono quartieri illuminati con colori così raffinati.

Del resto, non si tratta esattamente di un lavoro per palati raffinati.

Si allontana dalla strada di un chilometro circa, si siede su un masso piatto in uno spazio aperto – più o meno a prova d’imboscata –, si mette gli occhialoni ed entra nel Metaverso.

«Bibliotecario?»

«Sì, signore?»

«Inanna.»

«Figura della mitologia sumerica. Presso civiltà successive sarà nota come Ishtar o Esther.»

«Una dea buona o cattiva?»

«Buona. Una dea amata.»

«Aveva qualche rapporto con Enki o Asherah?»

«Soprattutto con Enki. Lei ed Enki erano in buoni e cattivi rapporti a seconda dei momenti. Inanna era nota come la regina di tutti i grandi me.»

«Credevo che i me appartenessero a Enki.»

«Infatti. Ma Inanna andò nell’Abzu – la fortezza d’acqua della città di Eridu dove Enki teneva i me – e convinse Enki a darle tutti i me. Ecco come i me si sono diffusi nella civiltà.»

«Una fortezza d’acqua?»

«Sì, signore.»

«Come reagì Enki?»

«Acconsentì a darglieli, a quanto pare perché era ubriaco e abbacinato dalle grazie fisiche di Inanna. Una volta sobrio, tentò di rintracciarla e di farseli restituire, ma lei lo superò in astuzia.»

«Vediamola da un punto di vista semiotico» mormora Hiro. «Il Raft è la fortezza d’acqua di L. Bob Rife. È lì che lui tiene tutte le sue cose, tutti i suoi me. Juanita è andata ad Astoria – fino a qualche giorno fa, il posto raggiungibile più vicino al Raft – e penso che stia cercando di replicare l’impresa di Inanna.»

«In un altro mito popolare sumerico» dice il Bibliotecario «Inanna discende nel mondo degli inferi.»

«Continua» dice Hiro.

«Raccoglie tutti i me ed entra nel paese del non ritorno.»

«Grandioso.»

«Attraversa il mondo degli inferi e giunge al tempio governato da Ereshkigal, la dea della Morte. Viaggia sotto mentite spoglie, ma viene facilmente smascherata dall’onniveggente Ereshkigal. La dea, comunque, le permette di entrare nel tempio. Mentre varca la soglia le vengono tolti tutti i vestiti, i gioielli e i me e viene condotta, completamente nuda, davanti ai sette giudici dell’oltretomba. I giudici “fissarono gli occhi su di lei, gli occhi della morte; con una parola, la parola che tortura lo spirito, Inanna fu mutata in cadavere, un pezzo di carne in decomposizione, e fu appesa a un gancio nel muro”. Kramer.»

«Magnifico. E perché diavolo avrebbe fatto una cosa del genere?»

«Secondo Diane Wolkstein, “Inanna rinunciò […] a tutto ciò che aveva raggiunto nella vita fino al momento in cui fu spogliata nuda e non le rimase che la volontà di rinascere […]. Con il viaggio agli inferi si appropriò dei poteri e dei misteri della morte e della rinascita”.»

«Ah! Quindi, devo supporre che la storia vada avanti.»

«Il messaggero di Inanna l’attende per tre giorni e, vedendo che non ritorna dagli inferi, si reca dagli dei per chiedere loro aiuto. Nessuno degli dei desidera aiutarlo, tranne Enki.»

«Quindi il nostro amico Enki, il dio hacker, deve aiutarla a portar via il culo dall’Inferno.»

«Enki crea due persone e le manda nel mondo degli inferi per salvare Inanna. Inanna ritorna in vita grazie alla loro magia. Ritorna dal mondo degli inferi seguita da un esercito di morti.»

«Tre giorni fa Juanita è andata sul Raft» dice Hiro. «È ora di fare un po’ di hackeraggio.»

La Terra è rimasta dove l’aveva lasciata, in posizione ravvicinata in modo da avere una vista ingrandita del Raft. Alla luce di quanto appreso la scorsa notte dalla conversazione con Chuck Wrightson, non è difficile individuare il pezzo di Raft su cui avevano avanzato pretese gli Orto quando, alcune settimane addietro, la Enterprise era passata come un fulmine per RTKK. Ci sono delle navi da carico sovietiche belle stazzate legate insieme, con un’orda di barchette intorno. Il Raft forma perlopiù un tutt’uno organico di un marrone spento, ma questa sezione è interamente in vetroresina bianca: imbarcazioni da diporto rubate agli agiati pensionati di RTKK. Ce ne sono migliaia.

Ora il Raft si trova al largo di Port Sherman; dunque, pensa Hiro, è qui che bazzicano i grandi sacerdoti di Asherah. In pochi giorni arriveranno a Eureka, poi a San Francisco e infine a Los Angeles, una lingua di terra galleggiante che congiunge le operazioni degli Orto sul Raft con il punto più vicino sulla terraferma.

Distoglie lo sguardo dal Raft, corre con gli occhi sull’oceano per giungere a Port Sherman e fare un po’ di perlustrazione.

Sul lungomare c’è una bella strada a falce di luna piena di motel di basso livello con logo gialli. Hiro li passa velocemente in rassegna in cerca di nomi russi.

È facile. Proprio al centro del lungomare c’è uno Spectrum 2000. Come dice il nome stesso, ognuno di essi ha un’ampia gamma di stanze che vanno da armadietti a gettoni per umani nell’atrio, fino a suite di lusso all’ultimo piano. E un’ampia gamma di stanze è stata affittata da un gruppo di gente il cui nome finisce per -off e -ovski e altri suffissi che rivelano un’origine slava. I soldati di fanteria dormono in corridoio, distesi in stretti armadietti a gettoni accanto ai loro AK-47, mentre i preti e i generali vivono in belle stanze ai piani superiori. Hiro per un attimo si chiede che cosa possa farsene un prete pentecostale russo ortodosso di un Grilletto Magico.

La suite all’ultimo piano è occupata da un signore di nome Gurov. Il signor KGB in persona. A quanto pare, è troppo piattola per vivere sul Raft vero e proprio.

Come è arrivato a Port Sherman dal Raft? Per attraversare qualche centinaio di miglia di Pacifico settentrionale ci vuole una nave di discrete dimensioni.

A Port Sherman c’è una mezza dozzina di porticcioli. Al momento, la maggior parte è intasata da piccole barche marroni. Sembra uno scenario da post tifone, dopo che il vento ha ripulito l’oceano di tutti i sampan accatastandoli in massa nel luogo stabile più vicino. Anche se in questo caso si tratta di una situazione un po’ più organizzata.

I profughi stanno già raggiungendo la riva. Se sono in gamba e aggressivi, probabilmente sanno di poter arrivare in California a piedi da qui.

Ecco perché i moli sono invasi da un ingorgo di piccole barchette scalcagnate. Uno di questi, però, assomiglia ancora a un porticciolo privato. Ospita circa una decina di imbarcazioni bianche e pulite, allineate ordinatamente negli spazi loro assegnati – qui non c’è robaccia. E la risoluzione di quest’immagine è abbastanza buona da permettere a Hiro di vedere che la banchina è punteggiata di piccole ciambelle: probabilmente cerchi di sacchi di sabbia. Deve essere l’unico modo per far sì che un attracco privato rimanga tale quando il Raft si aggira al largo della costa.

I numeri, le bandiere e altri elementi utili all’identificazione sono difficili da distinguere. Il satellite fatica a individuare quella roba.

Hiro va a controllare se per caso la CIC non abbia un agente a Port Sherman. Deve averne uno, perché qui c’è il Raft, e la CIC spera di ricavare un bel po’ di soldi dalla vendita di informazioni sul Raft a tutti gli ansiosi abitanti delle zone costiere tra Skagway e la Terra del Fuoco.

Infatti. Ci sono, in questa città, un po’ di persone che bazzicano e caricano le ultime informazioni da Port Sherman. Uno di questi è un semplice giocatore d’azzardo con una videocamera, che se ne va in giro a filmare ogni cosa.

Hiro scorre questo materiale velocemente, in fast-forward. Molta roba è ripresa dalla finestra della stanza d’hotel dell’agente: ore e ore di filmato documentano il flusso di quelle merdose barchette marroni, attraverso il porto, che si agganciano al bordo del mini-Raft che si sta formando davanti a Port Sherman.

Ma la cosa sembra quasi organizzata, nel senso che alcuni sbirri acquatici si aggirano, apparentemente di propria iniziativa, su un motoscafo e puntano le pistole contro la gente, gridando al megafono. Ecco perché, a prescindere da quanto grave sia l’intasamento del porto, nel bel mezzo del fiordo resta sempre una corsia libera verso il mare aperto. E il capolinea di quella corsia è il bel porticciolo con le grosse imbarcazioni.

Qui ci sono due enormi navi. Una è un grande peschereccio su cui sventola una bandiera con l’emblema degli Orto, che consiste solo in una croce e una fiamma. Proviene chiaramente dal saccheggio della RTKK; il nome scritto sulla poppa è REGINA DI KODIAK e gli Orto non si sono ancora preoccupati di cambiarlo. L’altra è una piccola nave da crociera, fatta per trasportare gente ricca in posti belli. Reca una bandiera verde che sembra avere a che fare col franculato locale della SuperHong-Kong di Mr Lee.

Hiro fa qualche altro giro nelle strade di Port Sherman e scopre che c’è un franculato della SuperHong-Kong di Mr Lee piuttosto grande. Secondo lo stile tipico di Hong Kong, è più simile a uno spruzzo di piccoli edifici e stanze su tutta la città. Ma uno spruzzo denso. Denso al punto che Hong Kong ha qui alcuni impiegati a tempo pieno, tra cui un proconsole. Hiro osserva la fotografia dell’uomo per poterlo in seguito riconoscere: un distinto e imbronciato signore sinoamericano sulla cinquantina. Quindi non si tratta di un franculato automatizzato, privo di personale come se ne trovano normalmente negli altri 48 stati continentali dell’Unione.