38 / 71
38
La mamma di Y.T. si alza, mani sui fianchi, e si mette a camminare. Esce dall’ufficio. Nessuno che levi lo sguardo dal tavolo. Non è previsto. Insensibili ai bisogni dei colleghi. Tutto ciò mette in imbarazzo l’esaminando e lo fa sentire escluso, mentre in realtà il poligrafo è semplicemente parte integrante dello stile di vita dei Fed. La mamma di Y.T. sente dietro di sé il rumore schioccante dei tacchi del vigilante, che le cammina a due passi di distanza, la fissa e tiene d’occhio le mani in modo che non facciano cose come ingerire un Valium o altro che potrebbe rendere nullo l’esame.
Si ferma di fronte alla porta del bagno. Il vigilante le passa davanti, gliela tiene aperta e la fa entrare seguendola.
L’ultima cabina sulla sinistra è più grande del normale, grande abbastanza per due persone. La mamma di Y.T. entra seguita dal vigilante che chiude la porta a chiave. La mamma di Y.T. si tira giù collant e mutande, alza la gonna, si siede su una padella e piscia. Il vigilante osserva ogni goccia che cade nella padella, la raccoglie, ne versa il contenuto in una provetta su cui c’è già un’etichetta col nome di lei e la data del giorno.
Poi di nuovo nel corridoio, sempre seguita dal vigilante. È permesso utilizzare gli ascensori per raggiungere la stanza del poligrafo, in modo da non arrivare là ansimanti e sudati.
Un tempo era un semplice ufficio con una sedia e qualche strumento sul tavolo. Poi hanno ricevuto il nuovo, lussuoso poligrafo. Adesso è come andare a sottoporsi a qualche esame medico ad alta tecnologia. La stanza è completamente ristrutturata, non c’è traccia della sua funzione originaria, le finestre sono coperte da tendine, tutto è liscio e beige e c’è odore di ospedale. C’è solo una sedia, al centro. La mamma di Y.T. ci si va a sedere, appoggia i gomiti sui braccioli, posiziona i palmi e le punte delle dita nelle apposite piccole fessure. La stretta al neoprene della fascia per la misurazione della pressione sanguigna cerca a tentoni e poi trova il suo braccio e lo blocca. Nel frattempo, le luci della stanza cominciano ad attenuarsi, la porta si chiude e lei è completamente sola. La corona di spine le si stringe intorno al capo, sente le punte degli elettrodi penetrarle nel cuoio capelluto e l’arietta fredda proveniente dai dispositivi superconduttori a interferenza quantica, che fungono da radar per cervelli, scorrerle giù per le spalle. Sa bene che, in qualche posto dall’altra parte del muro, in una stanza di controllo, ci sono dei tecnici del personale che osservano un ingrandimento su grande schermo delle sue pupille.
Poi sente un acuto dolore pungente nell’avambraccio e allora capisce che le hanno iniettato qualcosa. Il che significa che non si tratta di un normale esame poligrafico. Oggi la attende qualcosa di speciale. Il bruciore le si diffonde per tutto il corpo, le batte forte il cuore, gli occhi le si riempiono di lacrime. Le hanno iniettato della caffeina perché vada su di giri e diventi loquace.
Non c’è verso di combinare qualcosa col lavoro oggi. A volte queste robe vanno avanti per dodici ore.
«Come si chiama?» dice una voce. È una voce liquida e innaturalmente calma. Generata dal computer. In questo modo, qualsiasi cosa dica suona neutra, priva del benché minimo contenuto emotivo, e lei non ha alcuna possibilità di intuire come sta procedendo l’interrogatorio.
La caffeina e le altre cose che le iniettano fanno saltare anche la sua cognizione del tempo.
Odia queste cose, ma succedono a tutti di tanto in tanto, e quando uno va a lavorare per i Fed, gli fanno mettere la firma sulla riga punteggiata per autorizzare queste pratiche. In un certo senso è motivo di orgoglio e di onore. Chiunque lavori per i Fed ci mette l’anima. Perché se così non fosse, risulterebbe chiaro come il giorno al momento di sedersi su quella sedia.
Le domande continuano incessanti. Perlopiù domande insensate. «È mai stata in Scozia? Il pane bianco è più caro di quello nero?» Questo tanto per farla sentire a proprio agio e mettere bene in moto tutti i sistemi. Tutto il materiale raccolto nella prima ora d’interrogatorio viene buttato, inutilizzabile per via del frastuono.
Comincia a rilassarsi. Dicono che dopo alcuni test poligrafici si impara a rilassarsi e tutto si risolve più rapidamente. È tenuta in posizione dalla sedia, la caffeina impedisce che le vengano dei colpi di sonno, la deprivazione sensoriale le sgombera la mente.
«Qual è il soprannome di sua figlia?»
«Y.T.»
«Come si rivolge a sua figlia?»
«La chiamo col suo soprannome. Y.T. Ci tiene molto.»
«Y.T. ha un’occupazione?»
«Sì. Lavora come korriere. Lavora per RadiKS.»
«Quanti soldi guadagna come korriere?»
«Non lo so. Qualche dollaro qua e là.»
«Con che frequenza acquista nuovi strumenti di lavoro?»
«Non ne sono al corrente. Veramente non ci faccio caso.»
«Y.T. ha fatto qualcosa di insolito ultimamente?»
«Dipende. In che senso?» Gioca consapevolmente sull’equivoco. «Fa sempre delle cose che certa gente potrebbe etichettare come insolite.» Affermazione non troppo felice, sembrerebbe un’approvazione dell’anticonformismo. «Sto cercando di dire che lei fa sempre cose insolite.»
«Ultimamente Y.T. ha rotto degli oggetti in casa?»
«Sì.» Si interrompe. I Fed lo sanno già, la sua casa è tutta piena di microspie, è un miracolo che non salti il contatore elettrico con tutta la roba extra in funzione. «Ha rotto il mio computer.»
«Le ha dato una spiegazione delle ragioni che l’hanno spinta a rompere il computer?»
«Sì. Più o meno. Cioè, se delle assurdità possono essere considerate spiegazioni.»
«Quale è stata la sua spiegazione?»
«Che temeva… è così ridicolo… temeva che mi contagiasse con un virus.»
«Anche Y.T. aveva paura di prendere il virus?»
«No. Ha detto che solo i programmatori potevano essere infettati.»
Perché le fanno tutte queste domande? Hanno tutto il materiale registrato.
«Ha creduto alle spiegazioni di Y.T. sulla ragione per cui ha rotto il computer?»
Ci siamo.
È questo che cercano.
Vogliono sapere l’unica cosa che non è possibile intercettare direttamente: quello che succede nella sua mente. Vogliono sapere se crede alla storia dei virus di Y.T.
E lei sa che sbaglia anche solo a formularli, questi pensieri. Perché quei dispositivi superconduttori a interferenza quantica super-raffreddati che ha in testa li stanno intercettando. Non che indovinino cosa pensi. Ma sanno che sta succedendo qualcosa nel suo cervello, che in questo momento sta usandone delle parti che erano rimaste inattive di fronte alle domande insensate.
In altre parole, sono in grado di rilevare che la donna sta prendendo in esame la situazione, sta cercando di capire dove vogliono arrivare. E non lo farebbe mai, a meno che non volesse nascondere qualcosa.
«Che volete sapere?» dice lei. «Perché non venite fuori e me lo domandate direttamente? Parliamone a faccia a faccia. Sediamoci intorno a un tavolo come delle persone mature e parliamone.»
Sente un’altra forte puntura nel braccio; nel giro di pochi secondi, mentre la sostanza si mischia al flusso del sangue, prova in tutto il corpo una sensazione di freddo e di intorpidimento. Seguire la conversazione comincia a diventare difficile.
«Come si chiama?» dice la voce.