22 / 71
22
Come esce dal franculato Nova Sicilia, c’è un tipo che l’aspetta. Sorride, non senza ironia, e fa solo un accenno di inchino, come per attirare l’attenzione di Y.T. È una scena piuttosto ridicola ma, dopo essere stata per un po’ con Zio Enzo, ormai ci ha fatto il callo. Così, invece di ridergli in faccia, si limita a voltarsi dall’altra parte e a cancellarlo.
«Y.T. Ho un lavoretto per te» dice lui.
«Ho da fare,» dice lei «ho altre consegne.»
«Che bella faccia di culo!» dice lui con l’aria di apprezzare. «Hai presente il gargoyle là dentro? È sempre collegato al computer di RadiKS, anche adesso, mentre stiamo parlando. Quindi, tutti noi sappiamo per certo che tu non hai altri lavori da fare.»
Y.T. si ferma, si gira e osserva il tipo. È alto e smilzo. Completo nero, capelli neri. E ha un occhio di vetro che lo fa apparire cattivo.
«Che cosa hai fatto all’occhio?» dice lei.
«Coltello da ghiaccio, Bayonne, 1985» dice lui. «Altre domande?»
«Okay, tipo, scusa, ti ho solo chiesto una cosa.»
«E ora parliamo di affari. Visto che, contrariamente a quanto pensi, non mi sono ancora fottuto completamente il cervello, so che tutti i korrieri vengono contattati chiamando il centralino al numero 1-800. Ma a noi non piacciono i numeri 1-800 e le consegne che passano per il centralino. Siamo fatti così. A noi piacciono le cose a tu per tu, alla vecchia maniera. Cioè, per esempio, al compleanno della mamma, io non chiamo l’1-800 MammaTel. Ci vado di persona e le do un bacio su una guancia, capito? Ora, in questo caso, noi vogliamo te in particolare.»
«E perché?»
«Perché ci piace trattare con le pollastrelle che fanno troppe domande del cazzo. Quindi il nostro gargoyle si è già collegato al computer che RadiKS usa per mandare i korrieri.»
L’uomo con l’occhio di vetro si volta, ruota la testa dall’altra parte, osserva tutt’intorno come una civetta e annuisce in direzione del gargoyle. Un secondo dopo, suona il telefonino personale di Y.T.
«Rispondi, cazzo» dice lui.
«Eh?» dice lei nel telefono.
Una voce automatica le dice che ci sarebbe un ritiro a Griffith Park da consegnare in un franchise Porte del Paradiso del Reverendo Wayne a Van Nuys.
«Se vuoi che qualcosa venga trasportata da un punto A a un punto B, perché non ci vai direttamente tu?» domanda Y.T. «Mettila in una di quelle Lincoln Town Car nere e fallo.»
«Perché, in questo caso, quel qualcosa non è esattamente di nostra proprietà e con la gente del punto A e del punto B, be’, non siamo proprio nei rapporti migliori, ma questo è reciproco.»
«Vuoi che rubi qualcosa» dice Y.T.
L’uomo con l’occhio di vetro è addolorato, ferito. «No, no, no. Ascolta, bambina. Noi siamo la Mafia, cazzo. Se vogliamo rubare qualcosa, sappiamo come farlo, capito? Non abbiamo bisogno di una ragazzina di quindici anni che ci aiuti a rubare qualcosa. Quello che facciamo qui è più simile a un’operazione segreta.»
«Una roba da spie.» Informazioni.
«Già. Una roba da spie» dice l’uomo. Dal tono di voce sembra voler prendere in giro qualcuno. «E l’unico modo di far funzionare questa operazione è mandare un korriere che collabori un pochino con noi.»
«Allora tutta quella storia con Zio Enzo era una finta» dice Y.T. «State cercando di intortare un korriere?»
«Oh, no, ascolta» dice l’uomo con l’occhio di vetro, sinceramente divertito. «Già, cosa non ci tocca fare per impressionare una ragazzina di quindici anni! Senti, bambina, ce n’è un milione di korrieri che si farebbero corrompere da noi per fare una cosa del genere. Lo chiediamo di nuovo a te, perché hai un rapporto personale col nostro gruppo.»
«Be’, cosa volete che faccia?»
«Esattamente quello che fai sempre in questi casi» dice l’uomo. «Vai a Griffith Park e ritiri un pacco.»
«Tutto qui?»
«Già. Poi fai la consegna. Ma facci il favore di prendere la Interstate 5, okay?»
«Non è la strada migliore…»
«Prendila lo stesso.»
«Okay.»
«Adesso, vieni! Ti scortiamo fuori da questo buco infernale.»
A volte, se il vento spira nella direzione giusta ed entri nella sacca d’aria che si crea dietro un autotreno sparato, non hai neanche bisogno di pionarlo. Il vuoto, come un potentissimo aspirapolvere, ti risucchia. Ci potresti passare la giornata. Ma se non stai bene attento, rischi di trovarti d’un tratto solo e indifeso nella corsia sinistra dell’autostrada con dietro un convoglio di semirimorchi. E sono cazzi anche se cedi alla sua potenza: vieni risucchiato dentro i suoi parafanghi e ridotto a olio per gli assi del veicolo – e nessuno lo saprà mai. Si chiama pionata AspiraMagic. A Y.T. viene in mente che cos’era la sua vita prima di quella fatidica sera della pizza di Hiro Protagonist.
Sfreccia sulla San Diego Freeway con il suo pione infallibile. Può ricevere spinte notevoli anche dalla più leggera e squallida carriola cinese in plastica e alluminio. Con lei la gente non fa stronzate. Y.T. si è conquistata il suo spazio vitale sull’asfalto.
Avrà un sacco di roba da fare. Dovrà subappaltare un bel po’ di lavoro a Roadkill. Un giorno o l’altro, magari, si incontreranno in un motel da qualche parte per discutere di affari importanti – proprio come fanno i veri imprenditori. Ultimamente Y.T. ha provato a insegnare a Roadkill come farle un massaggio. Ma Roadkill non riesce mai ad andare oltre le scapole senza perdere il controllo e diventare Mr Macho. In un certo senso, è pur sempre una manifestazione d’affetto. E comunque, bisogna prendere quello che c’è.
Questa non è assolutamente la strada più breve per Griffith Park, ma è quella che la Mafia vuole che lei faccia: prendere la 405 su su fino alla Valley e poi avvicinarsi da quel lato, che è quello da cui lei arriva normalmente. Sono così paranoici. Così professionali.
Il LAX scorre alla sua sinistra. Sulla destra dà un’occhiata al D-Posit, dove quel coglione, il suo socio, sarà probabilmente attaccato al computer. Percorre a zig-zag i contorti flussi di traffico intorno allo Hughes Airport, che ora è un avamposto privato della SuperHong-Kong di Mr Lee. Supera poi l’aeroporto di Santa Monica, appena acquistato per intero dalla Sicurezza Globale dell’ammiraglio Bob. Attraversa Fedlandia, dove sua madre va a lavorare ogni giorno.
Fedlandia un tempo ospitava il Virginia Hospital e alcuni altri edifici del governo federale; ora si è condensata in una losanga a forma di rene avvolta dalla 405. È circondata da un recinto eretto con tessuti intrecciati, mucchi di pietrame, fil di ferro a fisarmonica e pezzi di spartitraffico di cemento che collegano un edificio all’altro. Tutti gli edifici di Fedlandia sono grossi e brutti. Intorno ai plinti c’è un turbinio di gente con indosso indumenti di lana del colore del granito bagnato. Appaiono scheletrici e scuri, sovrastati dal bianco splendore degli edifici.
Sul lato opposto del recinto di Fedlandia, in fondo a destra, Y.T. riesce a vedere la UCLA, ora gestita da una joint-venture tra la giapponese SuperHong-Kong di Mr Lee e alcune grandi corporation americane.
Si dice che là in fondo, sulla sinistra, a Pacific Palisades, ci sia un grande edificio che dà sull’oceano, quartier generale della Central Intelligence Corporation della costa occidentale. Presto – magari anche domani – sarà di casa lassù e passerà davanti a quell’edificio, salutando con la mano. Ha dell’ottimo materiale per Hiro. Informazioni sensazionali su Zio Enzo. La gente darebbe milioni per averle.
Eppure, nel suo cuore, sente già i morsi della coscienza. Sa che non deve parlare della Mafia. Non perché abbia paura dei mafiosi. Ma perché loro hanno fiducia in lei. Sono stati carini con lei. E chissà, potrebbe saltare fuori qualcosa di buono. Qualcosa di meglio di una carriera alla CIC.
Ben pochi prendono la rampa che porta a Fedlandia. Sua madre, come tutta la massa dei Fed, lo fa ogni giorno. Ma questi vanno a lavorare presto e ci restano fino a tardi. È una questione di fedeltà. I Fed hanno la fissa della fedeltà – visto che non ci ricavano né molti soldi né molto rispetto, devono dimostrare di essere impegnati in prima persona e di fregarsene di quelle formalità.
Per esempio: è dal LAX che Y.T. è pionata allo stesso taxi. C’è un arabo sul sedile posteriore. Il burnus che ha addosso sventola fuori dal finestrino; l’aria condizionata non funziona, un taxista di Los Angeles non guadagna abbastanza per comprarsi il Chill – che è una marca di freon – al mercato nero. Tipico: solo i Fed farebbero prendere un taxi sporco e privo di aria condizionata a un ospite. Come previsto, il taxi svolta sulla rampa col contrassegno STATI UNITI. Y.T. si sgancia e lancia il pione contro un furgone che effettua consegne nella Valley.
In cima all’enorme edificio del governo federale si celano alcuni Fed con tanto di walkie-talkie, occhiali neri e giacche a vento con il marchio FED, e puntano lunghi obiettivi contro il parabrezza del veicolo che sta risalendo il Wilshire Boulevard. Se ora fosse notte, Y.T. vedrebbe probabilmente uno scanner laser puntato sulla targa del taxi, mentre questo si appresta a imboccare l’uscita STATI UNITI.
La mamma le ha detto tutto di queste persone. Sono il COGBE, Commando Operativo Generale del Braccio Esecutivo. L’FBI, gli sceriffi federali, i servizi segreti e le forze speciali reclamano tutti un’identità separata, come per l’esercito, la marina e l’aeronautica, ma dipendono ancora dal COGBE, fanno tutti le stesse cose e sono più o meno intercambiabili. Fuori da Fedlandia, li conoscono tutti suppergiù come Fed. Il COGBE reclama il suo diritto ad andare ovunque e quando gli pare all’interno dei confini originari degli Stati Uniti d’America, senza alcun mandato e neanche una buona scusa. Ma l’unico posto dove si sentono veramente a casa è questo, Fedlandia, a guardare attraverso la canna di un teleobiettivo, da dietro un megafono o un fucile da cecchino. Più è lungo e meglio è.
Sotto di loro, il taxi con l’arabo rallenta e, a velocità subluce, si inoltra nello slalom contorto degli spartitraffico di cemento dove, strategicamente appostata un po’ qui un po’ là, incombe una rete di mitragliatori calibro cinquanta. Si ferma di fronte al dispositivo DGDG, passa sopra una fossa dove sono appostati i ragazzi del COGBE con cani e potenti riflettori per guardare attraverso il telaio dell’automobile in caso nasconda bombe o agenti NBCI (nucleari-biologici-chimici-informativi). Nel frattempo, l’autista esce e apre sia il cofano sia il bagagliaio dell’auto, in modo che un bel po’ di Fed possano ispezionarli; un altro Fed si appoggia al finestrino sull’altro lato per torchiare l’arabo.
Dicono che nel District of Columbia tutti i musei e i monumenti siano stati dati in concessione e trasformati in parchi per turisti, che ora costituiscono il dieci per cento delle entrate del governo federale. I Fed potrebbero gestire da soli le concessioni, e magari ricavarne un margine più ampio di guadagno, ma non è questo il punto. Si tratta di una questione filosofica, qualcosa di molto essenziale. Il governo dovrebbe governare. Non è mica l’industria dei divertimenti, no? Lascia che se ne occupino gli strambi dello show-business – che hanno il diploma di tip-tap. I Fed sono diversi. I Fed sono persone serie, specializzate in scienze politiche. Presidenti del consiglio degli studenti. Moderatori dei club di dibattito. Il tipo di gente che ha il fegato di indossare un vestito di lana e tenere il colletto abbottonato ben stretto anche quando la temperatura è a livelli di una serra e l’umidità è sufficiente a bloccare un jumbo jet. Il genere di persone che si sente perfettamente a suo agio dalla parte buia di un vetro a specchio.