21 / 71
21
Y.T. ha idea che passerà tutto il pomeriggio a fare la cacchetta da rampa. Sta surfando sulla Harbor Freeway che, dal centro, la porta a Compton, ma le rampe per accedere a quel quartiere sono così poco frequentate che tra i buchi nel cemento crescono erbacce alte un metro. E non ha nessuna intenzione di arrivare a Compton con le sue forze. Vuole pionare qualcosa di grosso e veloce.
Non può usare il solito trucco di ordinare una pizza per la sua destinazione e pionare poi il fattorino, mentre la supera con la sua auto rombante, perché nessuna catena di pizzerie consegna in questo quartiere. Quindi dovrà fermarsi alla rampa di uscita e aspettare ore e ore prima di trovare un appiglio. Farà la cacchetta da rampa.
Non ha nessuna voglia di fare questa consegna. Ma il franchisee ci tiene veramente di brutto. Di brutto. Le ha offerto una somma di denaro esagerata, assurda. Probabilmente, il pacco è pieno di una qualche nuova droga molto potente.
Subito dopo, però, accade una cosa ancora più strana.
Sta procedendo sulla Harbor Freeway mentre, pionata a un semirimorchio diretto verso sud, si avvicina sempre più alla sua rampa d’uscita. Si trova a circa trecento metri dalla rampa, quando una Oldsmobile nera piena di ammaccature di pallottole la sorpassa con la freccia a destra già inserita. Sta per imboccare l’uscita. È troppo bello per essere vero. Piona subito la Oldsmobile.
Scivolando per la rampa dietro a quella berlina flatulenta, dà un’occhiata all’autista nello specchietto retrovisore. È il franchisee in persona, lo stesso che le darà quella somma assurda per fare questo lavoro.
In questo momento ha più paura di lui che di Compton. Deve essere uno psicopatico. Deve essersi innamorato di lei. Questa è la contorta trama amorosa di uno psicopatico.
Ma è un po’ troppo tardi ormai. Rimane con lui, guardandosi intorno in cerca di una via d’uscita da questo quartiere tutto fiamme e putrefazione.
Si avvicinano a un grande e poco rassicurante blocco stradale della Mafia. Lui pigia sull’acceleratore e si lancia dritto verso la morte. Lei intravede in lontananza il franchise dove è diretta. All’ultimo momento, lui sterza bruscamente e l’auto, quasi in testa-coda, con uno stridore di gomme, si ferma.
Non avrebbe potuto andarle meglio. Lei si spiona sfruttando l’ultima spinta fornita dall’auto e veleggia verso il posto di blocco a una velocità sicura e tranquilla. Le guardie tengono le pistole puntate al cielo e, quando è passata, girano la testa per guardarle il culo.
Il franchise Nova Sicilia di Compton è uno spettacolo orrendo. C’è un raduno della Giovane Mafia. Questi giovani sono ancora più squallidi di quelli del residenclave Deseret per soli mormoni. Indossano tutti monotoni completi neri. Le ragazze sono incrostate di inutile femminilità. Non possono neanche entrare nella Giovane Mafia, loro; devono rimanere nella sezione femminile e servire maccheroni su piatti d’argento. La parola “ragazze” è troppo elegante per descrivere questi organismi, troppo in alto nella scala evolutiva. Non sono nemmeno pollastre.
Y.T. sta andando troppo veloce, quindi gira lo skate di lato, pianta le zampe, si piega in avanti e slitta sul terreno fino a fermarsi, sollevando un’ondata di polvere e sabbia che offusca lo splendore delle lucide scarpe di alcuni giovani mafiosi, intenti a girare in tondo ruminando piccole specialità italiane e dandosi un tono da adulti. Che si deposita sulle calze di pizzo bianco delle proto-pollastre della Mafia. Y.T. cade dallo skate e sembra ritrovare l’equilibrio solo all’ultimo momento. Con un piede pigia su un capo della tavola che, girando rapidamente intorno al suo lungo asse, si solleva a più di un metro da terra, fino a raggiungere l’ascella di Y.T., da cui viene prontamente bloccata. I raggi si ritraggono e, adesso, le ruote intelligenti sono appena più grosse del loro fulcro. Infila il MagnetoPione in un apposito taschino in fondo alla tavola dello skate in modo che tutto il suo equipaggiamento rientri in un comodo pacchetto.
«Y.T.» dice lei. «Giovane, veloce e femmina. Dove cazzo è Enzo?»
I ragazzi decidono di fare i “maturi” con Y.T. I maschi di quest’età hanno come unica preoccupazione quella di tirarsi giù le mutande a vicenda e bere fino ad andare in coma. Ma in presenza di una donna giocano a fare i “maturi”. È una scena divertente. Uno di loro fa qualche passo avanti e si ferma tra Y.T. e la proto-pollastrella più vicina. «Benvenuta a Nova Sicilia» dice. «In che modo posso esserLe utile?»
Y.T. tira un profondo sospiro. Lei è una donna d’affari del tutto indipendente e questi tizi si credono suoi pari.
«Ho una consegna per un certo Enzo. Sapete, non vedo l’ora di schiodare da questo quartiere.»
«Ora è diventato un buon quartiere» dice il GioMa. «Dovrebbe trattenersi per qualche minuto. Magari imparerebbe un po’ di buone maniere.»
«Dovresti provare a fare un giro in skate sulla Ventura all’ora di punta. Magari ti renderesti conto dei tuoi limiti.»
II GioMa ride come per dire: okay, se è questo che vuoi… Fa un cenno verso la porta. «L’uomo con cui vuoi parlare si trova là dentro. Ma non sono sicuro che desideri parlare con te.»
«Ma che cazzo! È lui che mi ha mandato a chiamare» dice Y.T.
«Ha attraversato il paese per stare con noi,» dice il tipo «e a quanto pare si trova bene qui.»
Tutti gli altri GioMa annuiscono e mormorano in segno di approvazione.
«Allora perché state fuori?» domanda Y.T., entrando.
Dentro il franchise c’è un’atmosfera sbalorditivamente rilassata. C’è Zio Enzo, uguale alle foto dei cartelloni, soltanto un po’ più grosso di come Y.T. se lo immaginava. Siede a un tavolo e gioca a carte con degli altri tizi in tenuta funerea. Fuma un sigaro e sorseggia un espresso. Ma non sembra molto stimolato.
Qui c’è tutto l’equipaggiamento portatile di Zio Enzo. Una macchina per caffè espresso da viaggio è stata sistemata su un altro tavolo. Lì accanto c’è un armadietto con le ante aperte, contiene un grosso sacchetto d’alluminio di caffè italiano tostato e decaffeinato ad acqua, nonché una scatola di sigari Avana. C’è anche un gargoyle, in un angolo, fatto su in una specie di laptop raffazzonato e più grosso del normale, che mormora tra sé e sé.
Y.T. solleva il braccio, lascia che lo skate le cada in mano. Lo sbatte su un tavolo vuoto e si avvicina a Zio Enzo, sfilandosi il pacco dalle spalle.
«Gino, per favore» dice Zio Enzo, facendo un cenno col capo verso Y.T. che fa la consegna. Gino si fa avanti per prenderla.
«Mi dovrebbe mettere una firma qui» dice Y.T. Per qualche ragione, non gli si rivolge con appellativi come “tipo” o “amico”.
È per un momento distratta da Gino. All’improvviso, Zio Enzo le si avvicina e le prende la mano destra con la sua sinistra. I guanti da korriere hanno un’apertura sul dorso della mano, grande giusto giusto quanto le labbra dello Zio. Le piazza un bacio sulla mano. È caldo e umido. Non bavoso e volgare, e nemmeno asettico e secco. Interessante. Ci sa fare, il tipo. Cristo, è un figo. Belle labbra. Sode, carnose – non gonfie e gelatinose come quelle di un ragazzino di quindici anni. Zio Enzo ha addosso un vago odore di agrumi e tabacco stagionato. Per apprezzarlo appieno bisognerebbe andargli ben più vicino. Ora torreggia su di lei, mantenendosi a una distanza rispettabile, e la guarda con i suoi occhi rugosi da vecchio.
Sembra molto carino.
«Non sai come ero ansioso di incontrarti, Y.T.» dice.
«Salve» dice lei, con un tono di voce più stridulo di quanto avrebbe voluto. Perciò aggiunge: «A proposito, che cazzo c’è di così importante in quella busta?».
«Niente di niente» dice Zio Enzo. Il suo sorriso non è esattamente compiaciuto. Imbarazzato, piuttosto – come a dire: che maniera complicata di fare la conoscenza di qualcuno. «È tutta una questione di immagine» dice lui, aprendo una mano con l’aria di giustificarsi. «Un uomo come me non ha molte possibilità di incontrare una ragazzina, senza che i media ne diano un’immagine distorta. È stupido. Ma stiamo molto attenti a queste cose.»
«Allora, perché hai voluto incontrarmi? Vuoi che faccia una consegna per te?»
Tutti i tipi nella stanza ridono.
Quel rumore la confonde un po’, le ricorda che sta parlando di fronte a una folla. Per un attimo, distoglie lo sguardo da Zio Enzo.
Zio Enzo se ne accorge. Il sorriso si stringe di un millimetro, ha un attimo di esitazione. All’istante, tutti i tipi presenti si alzano e si dirigono verso la porta.
«Sei libera di non credermi,» dice lui «ma volevo semplicemente ringraziarti per aver consegnato quella pizza un paio di settimane fa.»
«E perché mai non dovrei crederti?» domanda lei. Si stupisce di sentire tante parole dolci e carine uscire dalla sua bocca.
Zio Enzo è stupito per la stessa cosa. «Sono sicuro che tu, più di chiunque altro, riuscirai a fartene una ragione.»
«Allora,» dice lei «hai trascorso una bella giornata con tutta la Giovane Mafia?»
Zio Enzo le lancia uno sguardo che dice: stai attenta, bambina! Appena Y.T. si spaventa, lui si mette a ridere, perché è una finta, la sta solo mettendo alla prova. Sorride, facendole capire che ha il permesso di ridere.
Y.T. non ricorda di essersi mai sentita tanto coinvolta in una conversazione. Perché non sono tutti come Zio Enzo?
«Vediamo» dice Zio Enzo, guardando verso il soffitto e passando in rivista i banchi della sua memoria. «So un paio di cosette su di te. Hai quindici anni, vivi con la mamma in un residenclave della Valley.»
«Anch’io so un paio di cosette su di te» azzarda lei.
Zio Enzo ride. «Molto meno di quanto pensi, te lo assicuro. Dimmi, che ne pensa la mamma della carriera che hai scelto?»
Carino da parte sua usare la parola “carriera”. «Non ne è del tutto al corrente, o forse non vuole esserlo.»
«È probabile che ti sbagli» dice Zio Enzo. Lo dice con un tono allegro, senza cercare di umiliarla. «Un giorno potresti stupirti di quanto sia ben informata. Questa è la mia esperienza, almeno. Come si guadagna da vivere tua madre?»
«Lavora per i Fed, il governo federale.»
Zio Enzo lo trova molto divertente. «E sua figlia consegna le pizze per Nova Sicilia. Che cosa fa per i Fed?»
«Una cosa che veramente non mi può spiegare perché potrei andarla a raccontare in giro. Deve fare un casino di test poligrafici.»
Zio Enzo ha l’aria di capire tutto molto bene. «Sì, molti lavori per i Fed sono così.»
Segue un opportuno silenzio.
«Mi manda in bestia» dice Y.T.
«Il fatto che lavori per i Fed?»
«I test poligrafici. Le mettono una roba intorno al braccio… per misurare la pressione del sangue.»
«Uno sfigmomanometro» dice prontamente Zio Enzo.
«Le lascia un livido intorno al braccio. Boh, sono un po’ preoccupata.»
«E fai bene a esserlo.»
«E la casa è piena di microfoni. Così, quando sono a casa – qualsiasi cosa faccia – c’è qualcuno che ascolta.»
«Be’, posso ben immaginare cosa si prova» dice Zio Enzo. Ridono entrambi.
«Voglio farti una domanda che ho sempre desiderato fare a un korriere» dice lui. «Vi guardo sempre attraverso il finestrino della mia limousine. E infatti, quando vengo pionato, dico sempre a Peter, l’autista, di non darvi troppi problemi. La domanda è questa: visto che siete imbottiti da capo a piedi per proteggervi, perché non portate anche un casco?»
«La tuta ha un airbag cervicale che si gonfia quando cadi dallo skate, in modo da farti tranquillamente rimbalzare sulla testa. Inoltre, i caschi fanno uno strano effetto addosso. Dicono che non attenuano l’udito, ma non è vero.»
«Ti serve molto l’udito per il tuo lavoro?»
«Sì, decisamente.»
Zio Enzo annuisce. «Era quello che sospettavo. Eravamo anche noi nella stessa situazione… io e i miei compagni di unità in Vietnam.»
«Avevo sentito dire che eri andato in Vietnam, ma…» Si interrompe, fiutando il pericolo.
«Pensavi fosse una balla. No, ci sono stato veramente. Avrei potuto evitarlo, se avessi voluto. Ma ci sono andato volontario.»
«Volontario in Vietnam?»
Zio Enzo ride. «Proprio così. Fui l’unico della mia famiglia.»
«Perché?»
«Pensavo fosse più sicuro di Brooklyn.»
Y.T. ride.
«Pessima battuta» dice lui. «Ci sono andato perché mio padre era contrario. E io volevo farlo incazzare.»
«Davvero?»
«Certo. Ho passato anni e anni a tentare di farlo incazzare. Uscivo con ragazze nere. Mi facevo crescere i capelli. Fumavo marijuana. Ma il culmine, la mia ultima impresa – ancora meglio di quando mi sono fatto il buco all’orecchio – fu quella di andare in Vietnam come volontario. Ma anche allora dovetti prendere provvedimenti estremi.»
Gli occhi di Y.T. guizzano avanti e indietro tra i lobi rugosi e coriacei di Zio Enzo. In quello sinistro intravede un puntino di diamante.
«Che cosa intendi per provvedimenti estremi?»
«Tutti sapevano chi ero. Le voci girano in fretta, si sa. Se mi fossi offerto come volontario per l’esercito regolare, sarei finito da qualche parte negli Stati Uniti, a compilare formulari – magari addirittura a Fort Hamilton, proprio là, a Bensonhurst. Per evitare che accadesse, mi sono offerto come volontario nelle Forze Speciali, ho fatto di tutto per entrare in una unità di prima linea.» Ride. «E ci sono riuscito. Comunque, sto divagando proprio come un vecchio. Volevo solo dire una cosa sui caschi e gli elmetti.»
«Ah, già.»
«Il nostro compito era attraversare la giungla per creare un po’ di problemi a certi signori privi di scrupoli che portavano fucili più grossi di loro. E quelli erano nascosti. Noi, proprio come te, dipendevamo dal nostro udito. E sai una cosa? Non mettevamo mai gli elmetti.»
«Per la stessa ragione?»
«Sì. Anche se non coprivano le orecchie, in qualche modo attenuavano l’udito. Ancora adesso, sono convinto di essere sopravvissuto solo perché andavo a capo scoperto.»
«Cazzo che storia! Davvero interessante.»
«Uno magari immagina che, a questo punto, abbiano risolto il problema.»
«Già,» ribatte subito Y.T. «credo che certe cose non cambieranno mai.»
Zio Enzo butta la testa all’indietro e ride di gusto. Di solito, quell’atteggiamento irrita Y.T., ma Zio Enzo sembra veramente divertito, non ha alcuna intenzione di umiliarla.
Y.T. vorrebbe chiedergli come dall’ultima ribellione sia passato a gestire gli affari di famiglia. Non lo fa. Ma Zio Enzo capisce che questo è il prossimo naturale argomento della conversazione.
«A volte mi chiedo chi verrà dopo di me» dice lui. «Ah, certo, abbiamo tanti elementi in gamba della generazione dopo la mia. L’ultima, però… be’, non lo so, probabilmente tutti i vecchi pensano che il mondo debba finire.»
«Ma ce n’è a milioni di quei tipi della Giovane Mafia» dice Y.T.
«Tutti destinati a indossare blazer e a sventolare scartoffie nei loro ufficetti. Tu non stimi molto quella gente, Y.T., perché sei giovane e arrogante. Ma nemmeno io li rispetto molto, perché sono vecchio e saggio.»
È abbastanza scioccante quello che dice Zio Enzo, ma Y.T. non è per niente scioccata. Le pare una ragionevole affermazione fatta dal suo ragionevole amico, Zio Enzo.
«Nessuno di loro andrebbe volontario a farsi segare le gambe nella giungla, solo per fare incazzare il proprio vecchio. Non hanno la stoffa. Sono spenti e sconfitti.»
«È triste» dice Y.T. Ci si sente meglio a dire una frase del genere che ad attaccarli, come aveva avuto la tentazione di fare.
«Be’» dice Zio Enzo. È un “be’” di quelli che introducono la fine di una conversazione. «Volevo mandarti delle rose, ma non te ne sarebbe importato granché, vero?»
«Oh, non mi sarebbe dispiaciuto» dice lei, rendendosi conto di aver usato un tono pateticamente debole.
«Ho qui qualcosa di meglio, visto che siamo compagni d’armi» dice lui. Allenta cravatta e colletto, affonda una mano nella camicia, tira fuori una catena d’acciaio estremamente dozzinale da cui pendono delle medagliette d’argento stampato. «Queste sono le mie vecchie medagliette di riconoscimento» dice lui. «Le ho portate per anni, così, senza alcun motivo particolare. Mi divertirebbe sapere che le hai tu.»
Cercando di controllare il tremito delle ginocchia, lei si infila le medagliette. Ora le pendono sulla tuta.
«Ti conviene metterle dentro» dice Zio Enzo.
Le mette dentro, facendole cadere in quel luogo segreto in mezzo ai seni. Hanno ancora il calore di Zio Enzo.
«Dico per dire,» dice lui «ma se dovessi trovarti nei guai, mostra quelle medagliette alla persona che ti sta dando fastidio: vedrai che le cose cambieranno molto in fretta.»
«Grazie, Zio Enzo.»
«Abbi cura di te. Fa’ la brava con la mamma. Ti vuole bene.»