15 / 71
15
I Blunt Force Trauma, la band di supporto, cominciano a suonare intorno alle nove di sera. Al primo accordo una pila di casse di seconda mano va in cortocircuito; i fili lanciano scintille nell’aria seminando un arcobaleno di caos tra gli skateboarder ammassati. L’impianto elettronico del camion degli amplificatori isola il cortocircuito e rimedia prima che qualcuno o qualcosa si faccia del male. I Blunt Force Trauma suonano una specie di speed reggae, fortemente influenzato dalle idee antitecnologiche dei Meltdowns.
Questi tipi suoneranno probabilmente per un’ora, poi ci saranno due ore di Vitaly Chernobyl and the Meltdowns tutte da godere. E se arriva Sushi K, verrà sicuramente invitato sul palco a cantare qualcosa.
Hiro, per ogni evenienza, si sposta dal centro del vortice di folla e comincia a gironzolare ai suoi margini, avanti e indietro. C’è anche Y.T., da qualche parte, ma non ha senso cercare di rintracciarla. Si vergognerebbe a farsi vedere insieme a un matusa come Hiro.
Ora che è cominciato, il concerto filerà via liscio. A Hiro non resta più molto da fare. E poi, le cose interessanti succedono lungo le zone di confine – le transizioni –, non nel mezzo, dove tutto è omogeneo. Potrebbe succedere qualcosa ai confini della folla, là dietro, dove le luci si perdono nell’ombra del cavalcavia.
I margini della folla sono abbastanza rappresentativi dell’aspetto negativo di un cavalcavia di Los Angeles nel cuore della notte. C’è una bidonville piuttosto estesa dove vive lo zoccolo duro degli inoccupabili del Terzo mondo, oltre a un numero minore di schizofrenici del Primo mondo che hanno ridotto in cenere i loro cervelli tanto tempo fa nella vampata sfolgorante della loro stessa immaginazione. Molti sono spuntati fuori dai loro cassonetti capovolti e dalle loro celle frigorifere per sbirciare, in punta di piedi, ai margini della folla, tra tutto quel rumore e quella luce. Alcuni sembrano assonnati e impauriti, altri – tarchiati esemplari latini – hanno l’aria di divertirsi e continuano a passare la sigaretta da un lato all’altro della bocca e a scuotere la testa increduli.
Questo è territorio dei Crips. I Crips volevano gestire il servizio d’ordine, ma Hiro, appresa la lezione di Altamont, ha deciso di correre il rischio di snobbarli. E ha chiamato ad occuparsene gli Enforcers.
Così, ogni cinquanta metri circa, c’è un omone in posizione eretta con indosso una giacca a vento verde acido che ha sulla schiena una scritta a caratteri cubitali: ENFORCER. Molto evidente, come piace a loro. Ma è colorata a elettropigmentazione, così, in caso di disordini, possono diventare tutti neri dando un colpetto al mini-interruttore sul risvolto della giacca. E possono diventare a prova di proiettile, semplicemente tirando su la cerniera della giacca. In questo preciso momento la notte è calda e molti di loro hanno l’uniforme aperta alla fresca brezza. Alcuni si aggirano abbastanza rilassati; la maggioranza, però, è all’erta, con gli occhi puntati sulla folla, non sul palco.
Vedendo tutti quei soldati, Hiro cerca di individuare il loro capo e lo trova subito: un nero basso e tarchiato, tipo sollevatore di pesi di categoria leggera. Indossa la stessa giacca a vento degli altri, ma con sotto uno strato di protezione antiproiettile in più, al quale, oltre a un simpatico assortimento di dispositivi di comunicazione, sono attaccati piccoli e ingegnosi strumenti per fare del male alla gente. Sta facendo un bel po’ di jogging, avanti e indietro, roteando la testa da una parte all’altra, borbottando qualcosa nel microfono degli auricolari come l’allenatore di una squadra di football in panchina.
Hiro nota un uomo alto tra i trentacinque e i quarant’anni, ha una distinta barbetta caprina e indossa un bellissimo completo antracite. Hiro vede luccicare i diamanti del fermaglio della sua cravatta a quaranta metri di distanza. Sa che, avvicinandosi un po’ di più, potrebbe leggere la scritta CRIPS disegnata con zaffiri azzurri incastonati tra i diamanti. Ha la sua piccola scorta di cinque o sei elementi in giacca e cravatta. Anche se non sono stati ingaggiati, non hanno potuto fare a meno di mandare una delegazione simbolica per tenere il punto.
C’è un pensiero che, da dieci minuti, scava come un tarlo nella mente di Hiro: la luce laser ha un tipo particolare di intensità granulosa, una purità molecolare che ne rivela chiaramente le origini. L’occhio la nota e in qualche modo sa che si tratta di qualcosa di innaturale. È evidente ovunque, tanto più sotto un lurido cavalcavia nel cuore della notte. Hiro continua a percepirne i lampi provenienti da un punto ai margini del suo campo visivo, continua a guardarsi in giro per individuarne la sorgente. Per lui è palese, ma nessuno sembra accorgersene.
Qualcuno, da qualche parte sotto questo cavalcavia, sta facendo rimbalzare un raggio laser sulla faccia di Hiro.
È fastidioso. Senza rendersene pienamente conto, cambia leggermente direzione e vaga verso un punto sottovento a un falò di immondizia che brucia in un bidone d’acciaio. Ora è nel bel mezzo di un pennacchio di fumo rado di cui sente l’odore ma che non riesce a vedere.
Quando gli arriva un’altra volta in faccia, il raggio disperde un milione di microparticelle cineree e si rivela come pura linea geometrica nello spazio, che punta dritta verso la sua sorgente.
È un gargoyle, in piedi nella luce fioca vicino a una baracca. Indossa il completo, nel caso non lo si vedesse abbastanza. Hiro si avvia verso di lui.
I gargoyle rappresentano il lato imbarazzante della Central Intelligence Corporation. Invece di servirsi di laptop, indossano i computer sul corpo, suddivisi in moduli separati appesi in vita, sul fondoschiena e al set cuffie-microfono. Svolgono la funzione di dispositivi sorveglia-umani che registrano qualunque cosa accada nei dintorni. Nulla di più stupido: queste tenute sono i moderni equivalenti degli involucri per regoli o dei portacalcolatori attaccati alla cintura, attraverso i quali il proprietario si colloca in una posizione di superiorità e nel contempo di inferiorità estrema rispetto alla società umana. Per Hiro sono una manna perché rappresentano il peggiore stereotipo di agente della CIC. Attirano tutta l’attenzione. A compensare un tale ostracismo autoimposto c’è il fatto che possono andare nel Metaverso in ogni momento – e raccogliere informazioni.
I pezzi grossi della CIC non possono soffrire questi individui perché caricano quantità sconcertanti di informazioni inutili nei database, con una possibilità su un milione che possano alla fine risultare utili. È come annotare il numero di targa di ogni automobile che passa, nell’eventualità che una di loro risulti un giorno coinvolta in un episodio di pirateria stradale. Persino la CIC fatica a tenere così tanta spazzatura. Così, dopo un certo periodo, questi gargoyle impenitenti vengono di norma radiati dalla CIC.
Il tipo non è stato ancora espulso. E, a giudicare dalla qualità dell’equipaggiamento – che è molto caro –, ci lavora da qualche tempo. Quindi deve essere abbastanza in gamba.
In tal caso, perché mai si aggira in questo posto?
«Hiro Protagonist» dice il gargoyle, quando Hiro finalmente lo intercetta al buio, vicino a una baracca. «Agente della CIC da undici mesi. Specializzato nell’industria. Ex hacker, guardia di sicurezza, fattorino della pizza, promotore di concerti.» Bofonchia queste informazioni, per evitare a Hiro di perdere tempo recitando un mucchio di fatti noti.
Il laser che continuava a colpire l’occhio di Hiro proveniva dal computer del tipo – da un dispositivo periferico sistemato sopra il suo casco, nel bel mezzo della fronte. Uno scanner retinico a lungo raggio. Se ti giri verso di lui con gli occhi aperti, il laser spara, penetra la tua iride, lo sfintere più tenero che hai, ed esplora la tua retina. I risultati vengono inviati alla CIC, che possiede un database di alcune decine di milioni di retine esaminate. Nel giro di pochi secondi, se sei già nel database, il proprietario scopre chi sei. E se ancora non c’eri, be’, da adesso ci sei.
Certo, l’utente deve avere un accesso privilegiato. E una volta scoperta la tua identità, deve avere ulteriori privilegi per acquisire informazioni personali sul tuo conto. Questo tipo sembra avere parecchi accessi privilegiati. Ben più di Hiro.
«Mi chiamo Lagos» dice il gargoyle.
Ah, è lui. Hiro considera l’opportunità di domandargli che diavolo stia facendo qui. Gli piacerebbe invitarlo a bersi un drink, per chiedergli come sia stato programmato il Bibliotecario. Ma si è rotto le palle. Lagos lo sta trattando male (i gargoyle sono maleducati per definizione).
«Sei qui per la storia di Raven? O solo per quella roba sul fuzz-grunge a cui stai lavorando da… mmm… suppergiù trentasei giorni?» dice Lagos.
Non è divertente parlare con i gargoyle. Non finiscono mai le frasi. Sono alla deriva in un mondo al laser – esplorano retine in tutte le direzioni, fanno controlli sulla vita di chiunque si trovi nel raggio di un chilometro, vedono tutto attraverso un visore a infrarossi, con radar a onde millimetriche e ultrasuoni contemporaneamente. Pensi che stiano parlando con te, ma in realtà stanno leggendo attentamente i dati sul conto in banca di qualche sconosciuto dalla parte opposta della stanza o stanno identificando il tipo di fabbricazione e il modello degli aeroplani che passano in cielo. Per quello che ne sa Hiro, Lagos gli sta misurando il cazzo attraverso i pantaloni mentre fingono di fare conversazione.
«Sei il tipo che lavora con Juanita, vero?» dice Hiro.
«O viceversa. Sì, insomma, una cosa del genere.»
«Lei ha detto che voleva che ti conoscessi.»
Per alcuni secondi Lagos è come impietrito. Sta saccheggiando altri dati. Hiro vorrebbe buttargli addosso un secchio d’acqua.
«È plausibile» dice lui. «Conosci il Metaverso meglio di chiunque altro. Hacker freelance, proprio il tipo giusto.»
«Il tipo giusto per che cosa? Gli hacker freelance non li vuole più nessuno.»
«Gli hacker che lavorano alla catena di montaggio delle grandi corporation non ne capiscono un cazzo di infezioni. Cadranno a migliaia, come i soldati di Sennacherib di fronte alle mura di Gerusalemme» dice Lagos.
«Infezioni? Sennacherib?»
«E sai difenderti anche nella Realtà: ti sarà utile in caso dovessi scontrarti con Raven. Ricorda, i suoi coltelli sono affilati come una molecola. Perforano un giubbotto antiproiettile come fosse un babydoll.»
«Raven?»
«Probabilmente lo vedrai stasera. Stagli alla larga.»
«Okay» dice Hiro. «Mi guarderò intorno per trovarlo.»
«Non è quello che ti ho detto di fare» dice Lagos. «Ti ho detto di stargli alla larga.»
«Perché?»
«Viviamo in un mondo pericoloso» dice Lagos. «Che diventa sempre più pericoloso. Quindi non è il caso di sconvolgere l’equilibrio del terrore. Pensa solo alla Guerra Fredda.»
«Cazzo…» Tutto quello che Hiro vuole fare ora è andarsene e non rivedere mai più quel tipo, ma non interromperebbe mai la conversazione.
«Sei un hacker. Il che significa che anche tu possiedi strutture profonde di cui preoccuparti.»
«Strutture profonde?»
«Percorsi neurolinguistici nel tuo cervello. Ricordi quando hai imparato il codice binario per la prima volta?»
«Certo.»
«Stavi formando dei percorsi nel tuo cervello. Strutture profonde. I tuoi nervi sviluppano nuovi collegamenti mentre li usi; gli assoni si dividono e si insinuano tra i gliociti; il tuo biomateriale – il tuo bioware – si modifica da solo e il software diviene parte dell’hardware. Così ora tu sei vulnerabile, tutti gli hacker lo sono, nei confronti di un nam-shub. Dobbiamo proteggerci l’un l’altro.»
«Che cos’è un nam-shub? Perché sono vulnerabile nei suoi confronti?»
«Basta che non fissi mai una bitmap. Negli ultimi tempi nessuno ha tentato di mostrarti una semplice bitmap? Per esempio, nel Metaverso?»
Interessante. «Non a me personalmente, ma ora che me lo dici, una Brandy si è presentata a un mio amico…»
«Una prostituta sacra ad Asherah. Cercava di diffondere la malattia. Che è sinonimo di male. Sembra patetico? Non lo è proprio. Sai, per i mesopotamici non esisteva un concetto indipendente del male. Solo malattia e cattiva salute. Male era sinonimo di malattia. Ti dice niente?»
Hiro se ne va, nello stesso modo in cui ci si allontana dai vagabondi psicopatici che ti inseguono per la strada.
«Ti dice che il male è un virus!» gli urla dietro Lagos. «Non fare entrare il nam-shub nel tuo sistema operativo!»
Juanita lavora con questo alieno?
I Blunt Force Trauma suonano per un’ora buona, passando da una canzone all’altra senza lasciare un solo varco nel muro di rumore. Fa parte della loro concezione estetica. Quando la musica si ferma, vuol dire che la loro scaletta è esaurita. Per la prima volta Hiro riesce a sentire l’esaltazione della folla. È un’esplosione di rumore acuto che gli penetra nel cranio facendogli squillare le orecchie.
Ma c’è anche un suono basso e sordo, come se qualcuno stesse battendo su una grancassa, e per un minuto Hiro pensa che potrebbe trattarsi di un camion che passa sul cavalcavia sopra di loro. Ma è troppo persistente, non svanisce in lontananza.
È dietro di lui. Altra gente l’ha notato, si è girata a guardare verso la sorgente di quel suono e ora fugge all’impazzata. Hiro fa un passo di fianco voltandosi per vedere che cos’è.
Grosso e nero, tanto per cominciare. Non sembra vero che un uomo così enorme possa stare appollaiato su una motocicletta, sia pure su una Harley grossa e rombante come quella.
Mi correggo. È una Harley con una sorta di sidecar, lucido proiettile nero al suo fianco, dotato di ruote proprie. Ma non c’è nessuno sul sidecar.
Si fa fatica a credere che un uomo possa essere così enorme senza essere grasso. Ma lui non è affatto grasso, indossa vestiti aderenti ed elasticizzati, tipo pelle, ma non proprio, attraverso i quali non si vedono che ossa e muscoli.
Guida la Harley così piano che, se non fosse per il sidecar, cadrebbe certamente per terra. Di tanto in tanto gli dà una spinta in avanti con un colpetto delle dita sulla manopola del gas.
Può darsi che una delle ragioni per cui appare così grosso – oltre al fatto di esserlo – è che sembra totalmente privo di collo. La testa, larga già dall’inizio, diventa sempre più larga fino a formare un tutt’uno con le spalle. Dapprima Hiro pensa che sia un nuovo originale modello di casco da motociclista. Ma quando gli passa davanti, Hiro vede un ampio sudario sbattere e oscillare, e capisce che si tratta proprio dei suoi capelli, una folta criniera di capelli neri, buttati all’indietro sulle spalle, che gli percorrono tutta la schiena fin quasi alla vita.
Mentre lo osserva pieno di meraviglia, Hiro si rende conto che l’uomo si è voltato per ricambiare lo sguardo. O, comunque, per guardare più o meno verso di lui. È impossibile capire esattamente che cosa stia fissando per via degli occhialoni, un guscio liscio e convesso sopra i suoi occhi, solcato da una stretta fessura orizzontale.
Guarda Hiro. Gli lancia lo stesso sorriso da “vaffanculo!” che ostentava qualche ora prima, quando Hiro era davanti all’entrata del Sole Nero e lui in un terminale pubblico da qualche parte.
Eccolo qui. Raven. Eccolo qui il tipo che Juanita sta cercando. Il tipo da cui, secondo Lagos, dovrebbe stare alla larga. E Hiro l’ha già visto, all’entrata del Sole Nero. Questo è il tipo che ha dato lo Snow Crash a Da5id.
Il tatuaggio sulla fronte consiste di tre parole scritte a lettere cubitali: SCARSO CONTROLLO IMPULSI.
Hiro si spaventa e salta letteralmente in aria quando Vitaly Chernobyl e i Meltdowns si lanciano nel loro pezzo d’apertura Radiation Burn. Un tornado di rumore perlopiù acuto e in distorsione: è come essere scagliati di peso contro una parete di ami da pesca.
Di questi tempi, gli stati sono per la maggior parte franculati o residenclave, di gran lunga troppo piccoli per avere qualcosa di simile a una prigione o anche solo un sistema giudiziario. Così, quando qualcuno fa qualcosa di male, cercano di escogitare punizioni veloci e sporche – come la fustigazione, la confisca di beni, l’umiliazione pubblica o, nel caso di persone dotate di un forte potenziale di pericolosità sociale, un tatuaggio d’avvertimento su una parte prominente del corpo: SCARSO CONTROLLO IMPULSI. A quanto pare il tipo è capitato una volta in un posto del genere e ha perso le staffe in modo piuttosto grave.
Per un istante sulla guancia di Raven si delinea un reticolo rosso ardente. Si contrae rapidamente convergendo da tutti i lati sulla pupilla destra. Raven scuote la testa, si gira per individuare la sorgente della luce laser, ma è già scomparsa. Lagos gli ha ormai preso il modello retinico.
Lagos è qui per questo. Non sono Hiro o Vitaly Chernobyl a interessarlo. Ma Raven. E, in qualche modo, Lagos sapeva che sarebbe venuto qui. E Lagos, in questo momento, si trova lì vicino e riprende Raven, esplora il contenuto delle sue tasche col radar, registrando il battito cardiaco e la respirazione.
Hiro tira fuori il suo telefonino personale. «Y.T.» gli dice, e quello compone da solo il numero di Y.T.
Suona per un bel pezzo prima che lei risponda. Con il frastuono del concerto, è pressoché impossibile sentire una parola.
«Che cazzo vuoi?»
«Y.T., mi dispiace. Ma sta succedendo qualcosa. Qualcosa di grosso. Sto tenendo d’occhio un enorme motociclista chiamato Raven.»
«Il problema di voi hacker è che non smettete mai di lavorare.»
«Essere un hacker significa proprio questo» dice Hiro.
«Gli darò un’occhiata anch’io a questo Raven, una volta o l’altra, mentre sto lavorando.» E riattacca.