12 / 71

12

L’Unità di Guardia Semiautonoma A-367 della Ng Security Industries vive in un piacevole Metaverso in bianco e nero dove le bistecche di manzo scelto crescono sugli alberi, appese ad altezza d’uomo sui rami più bassi, e frisbee sanguinolenti volano nell’aria fresca e frizzantina senza alcun motivo, finché qualcuno non li afferra.

Ha un giardino tutto per sé. Con un recinto intorno. Sa di non poter saltare oltre quel recinto. Non ci ha neanche mai provato veramente, perché sa che non può farlo. Non va mai in giardino, a meno che non sia proprio necessario. Fa un caldo boia là fuori.

Ha un compito importante: proteggere il giardino. A volte c’è un viavai di persone. Perlopiù sono brave persone, e lui non dà loro noia. Non sa perché siano brave persone. Lo sa e basta. A volte sono persone cattive, e lui deve far loro delle cose cattive perché se ne vadano. È giusto e appropriato.

Là fuori, nel mondo oltre il giardino, ci sono altri giardini con altri cagnetti, proprio come lui. Non sono cani antipatici. Sono tutti suoi amici. Il più vicino è molto lontano, più in là di quanto riesca a vedere. Ma, a volte, lo sente abbaiare, quando una persona cattiva si avvicina al suo giardino. Sente anche altri cagnetti, un vero e proprio branco che si perde in lontananza, in tutte le direzioni. Fa parte di un grande branco di simpatici cagnetti.

Lui, come gli altri simpatici cagnetti, abbaia ogni volta che uno sconosciuto entra nel suo giardino, o si avvicina solamente. Lo sconosciuto non lo sente, ma gli altri cagnetti del branco sì. Se vivono nei dintorni, si eccitano. Si svegliano e si preparano a fare delle cose cattive a quello sconosciuto, se solo prova a entrare nel loro giardino.

Quando c’è un altro cagnetto vicino che abbaia a uno sconosciuto, insieme al latrato gli giungono immagini, suoni e odori. Intuisce subito l’aspetto dello sconosciuto. Qual è il suo odore. Il rumore che fa. Così, se lo sconosciuto dovesse avvicinarsi al suo giardino, lo riconoscerebbe. Abbaiando, contribuisce a trasmettere il latrato agli altri simpatici cagnetti, in modo che l’intero branco si prepari ad affrontare lo sconosciuto.

Stasera, l’Unità di Guardia Semiautonoma A-367 sta abbaiando. Non sta semplicemente trasmettendo al branco il latrato di qualche altro cagnetto. Abbaia perché è molto eccitato per le cose che stanno accadendo nel suo giardino.

Innanzitutto, sono venuti due tipi. Si è eccitato perché sono entrati molto velocemente. I loro cuori battono forte; sudano e, a naso, sono spaventati. Li guarda per vedere se hanno delle cose cattive addosso.

Quello piccolo ha in mano delle cose un po’ birichine, ma non proprio cattive. Quello grosso porta delle cose piuttosto cattive. Ma, in qualche modo, sa che quello grosso è una persona perbene. Fa parte di questo giardino. Non è uno sconosciuto; vive qui. E quello piccolo è suo ospite.

Eppure, sente che sta per accadere qualcosa di eccitante. Comincia ad abbaiare. La gente nel giardino non lo sente. Ma, lontano, gli altri simpatici cagnetti del branco lo sentono e, in quello stesso istante, vedono e fiutano due persone spaventate, brave.

Poi arrivano altre persone nel giardino. Anche loro eccitate; sente il battito dei loro cuori. La bocca gli si riempie di saliva quando fiuta il sangue caldo e salato che inonda impetuoso le loro arterie. Queste persone sono arrabbiate e un pochetto spaventate. Non abitano qui; sono sconosciuti. Non gli piacciono molto gli sconosciuti.

Guarda verso di loro e vede che portano tre revolver, una calibro 38 e due 357 magnum; che la 38 è caricata con proiettili a punta cava, che una delle 357 è caricata con pallottole al Teflon e ha il cane alzato e che il fucile a pompa è caricato con panettoni e ha già un colpo in canna, più altri quattro nel caricatore.

Gli sconosciuti hanno delle cose cattive. Spaventose. Lui si eccita. Lui si arrabbia. Ha un po’ di paura, ma gli piace, per lui è come essere eccitato. In realtà conosce solo due emozioni: il sonno e l’eccesso di adrenalina.

Lo sconosciuto cattivo col fucile sta sollevando l’arma!

È una cosa veramente terribile. Un sacco di sconosciuti cattivi, eccitati stanno invadendo il suo giardino con delle brutte cose, sono venuti a fare del male ai simpatici ospiti.

Fa appena in tempo ad abbaiare per avvertire gli altri simpatici cagnetti prima di fiondarsi fuori dalla sua cuccia, spinto da un’esplosione al calor bianco di pura emozione ferina.

Alla periferia del suo campo visivo, Y.T. scorge un breve lampo accompagnato da un botto. Guarda in quella direzione e vede che la luce proviene da una sorta di porticina per cagnetti, costruita su un lato del franchise SuperHong-Kong. La porticina per cagnetti è stata spalancata di fresco da qualcosa che proveniva dall’interno, diretta verso il reticolo erboso con la velocità e la determinazione di un proiettile di obice.

Mentre tutto ciò si registra nella sua mente, Y.T. comincia a sentire le urla dei tazzi. Non sono urla di rabbia, né di paura. Nessuno ha ancora avuto il tempo di spaventarsi. Sono le urla di chi ha appena ricevuto una secchiata di acqua fredda in testa.

Non sono ancora finite le urla e Y.T. si sta ancora voltando a guardare i tazzi, che la porticina per cagnetti emette un’altra vampata. Lei batte gli occhi; pensa di aver visto qualcosa, una lunga ombra tondeggiante attraversare la luce per un istante, mentre qualcuno spingeva la porticina con violenza verso l’interno. Ma quando mette a fuoco la scena, non vede altro che la porticina che oscilla come prima. Queste sono le uniche impressioni rimaste nella sua mente, insieme a un altro particolare: una scia di scintille che, in un secondo, percorre tutto il reticolo erboso, dalla porticina per cagnetti fino ai tazzi e ritorno, come un razzo che attraversa il parcheggio in un baleno.

Si dice che il Rattone corra su quattro zampe. Forse erano le unghie delle sue zampe robotiche a fare scintille in quel modo, scavando nel reticolo erboso per far presa sul terreno.

I tazzi sono tutti in movimento. Alcuni di loro sono appena stati scaraventati sul reticolo e stanno ancora rimbalzando e rotolando. Altri sono nel pieno di un mezzo collasso. Sono disarmati. Si tengono la mano che reggeva la pistola con l’altra mano. Continuano a urlare, anche se le loro voci sono intrise di una certa vena di paura. Uno di loro ha i pantaloni strappati dalla cintura fino alla caviglia e trascina una striscia di stoffa per tutto il parcheggio come se la tasca fosse stata staccata da qualcosa che aveva troppa fretta per mollare la presa prima di andarsene. Forse il tipo aveva un coltello in tasca.

Non c’è traccia di sangue. Il Rattone è preciso. Eppure continuano a tenersi le mani e a urlare. Forse è vero quello che dicono, cioè che il Rattone ti dà una scossa elettrica quando vuole farti mollare qualcosa.

«Sta’ attento,» urla Y.T. «hanno le pistole.»

Hiro si gira con un largo sorriso. I suoi denti sono molto bianchi e dritti; ha un sorriso penetrante, carnivoro. «No, non ne hanno. Le pistole sono illegali nei SuperHong-Kong, non te lo ricordi?»

«Ce le avevano solo un attimo fa» dice lei, sgranando gli occhi e scuotendo la testa.

«Ora ce le ha il Rattone» dice Hiro.

I tazzi decidono all’unanimità che è il caso di andarsene. Corrono fuori, salgono sui taxi e schizzano via sgommando.

Y.T. fa retromarcia sui cerchioni del taxi, oltre i DGDG, fino alla strada, dove parcheggia in maniera scrupolosamente parallela al marciapiede. Ritorna al franchise SuperHong-Kong – una nebulosa di freschezza aromatica la segue come la coda di una cometa. Un pensiero un po’ bizzarro le sta balenando in testa: si chiede che effetto farebbe buttarsi per un po’ sul sedile posteriore dell’auto con Hiro Protagonist. Non sarebbe male, probabilmente. Ma dovrebbe togliersi la dentata e questo non è il posto adatto. Inoltre, un ragazzo tanto perbene da venire ad aiutarla a uscire dal Fresco si fa probabilmente qualche scrupolo a trombarsi le quindicenni.

«Carino da parte tua» dice lui, guardando verso il taxi parcheggiato. «Hai anche intenzione di ripagargli le ruote?»

«No, e tu?»

«Ho qualche problema finanziario, ultimamente.»

Lei è in piedi in mezzo al reticolo erboso del Super-Hong-Kong. Si squadrano.

«Ho chiamato il mio ragazzo. Ma ha fatto finta di niente» dice lei.

«Anche lui un thrasher?»

«Sì.»

«Hai fatto lo stesso errore che ho fatto io una volta» dice lui.

«Quale?»

«Mischiare gli affari col piacere. Uscire con un collega. Crea un sacco di confusione.»

«Già. Capisco cosa vuoi dire.» Non è perfettamente sicura di sapere che cosa sia un collega.

«Stavo pensando che dovremmo diventare soci» dice lei.

Si aspetta che le rida in faccia. Invece lui sorride e annuisce lievemente. «Ci ho pensato anch’io. Ma devo ancora capire come potrebbe funzionare.»

Y.T. è sbalordita dal fatto che ci abbia pensato veramente. Poi ricorda quanto è ingenua e si rende conto che Hiro sta parlando a vanvera. Ciò significa che probabilmente sta mentendo. E che, probabilmente, finirà per cercare di portarsela a letto.

«Devo schiodare» dice lei. «Devo andare a casa.»

Così vediamo quanto ci vuole perché il tipo si dimentichi dell’idea di mettersi in società. Gli volta le spalle.

Improvvisamente sono di nuovo trafitti dai riflettori robotizzati del SuperHong-Kong.

Y.T. sente un forte dolore alle costole, come se qualcuno le avesse dato un pugno. Ma non è stato Hiro. Lui è un tipo strambo e imprevedibile che va in giro con le spade, ma i picchiatori di sbarbe Y.T. li fiuta a chilometri di distanza.

«Ahi!» dice lei, contorcendosi per il colpo. Guarda in basso e vede un piccolo oggetto pesante rimbalzare vicino ai loro piedi. Sulla strada, un taxi decrepito sgomma facendo un casino infernale. Un tazzo si sporge dal finestrino posteriore agitando il pugno contro di loro. Deve averle tirato un sasso.

Solo che non è un sasso. La cosa pesante ai piedi di Y.T., la cosa che è appena rimbalzata sulla sua cassa toracica, è una bomba a mano. La fissa per un attimo, la riconosce, una ben nota immagine dei cartoni animati divenuta realtà.

Poi qualcosa le fa mancare la terra sotto i piedi, troppo in fretta per farle male. E appena si riprende, dall’altra parte del parcheggio, si sente un terribile frastuono.

Alla fine tutto tace per un tempo sufficiente a vedere e capire.

Il Rattone si è fermato. Cosa del tutto inusuale. Uno dei misteri di questi esseri è che non si riesce mai a vederli, si muovono troppo in fretta. Nessuno sa che aspetto abbiano.

Nessuno all’infuori di Y.T. e Hiro Protagonist, a questo punto.

È più grosso di quanto lei immaginasse. Ha la stazza di un Rottweiler e il corpo suddiviso in diverse aree coperte da dure placche che si sovrappongono, come quelle dei rinoceronti. Le zampe sono lunghe, incurvate verso l’alto per sprigionare maggiore potenza, come quelle del ghepardo. Deve essere per via della coda che la gente lo chiama Rattone, perché è l’unica parte da ratto: è incredibilmente lunga e flessibile. Ma sembra una coda di ratto con la carne corrosa dall’acido, perché consiste solo di centinaia di maglie d’acciaio, perfettamente incastrate l’una nell’altra come vertebre.

«Cristo!» dice Hiro. E Y.T. capisce subito che neppure lui ne aveva mai visti prima d’ora.

In questo momento il Rattone ha la coda arrotolata sul corpo, come una fune appena caduta da un albero. Ce n’è una parte che sta cercando di muoversi, il resto sembra materia morta e inerte. Le zampe si muovono alla rinfusa, a spasmi disarmonici. Tutto sembra essere terribilmente compromesso, come nell’atterraggio di un aereo a cui sia stata fatta saltare la coda. Non è necessario essere ingegneri per capire che ha un comportamento anomalo e contorto.

La coda si dimena e si agita con violenza, come un serpente, si svolge e si solleva dal corpo del Rattone liberando dall’impiccio le zampe, che hanno, però, ancora dei problemi: non riesce ad alzarsi.

«Y.T.,» sta dicendo Hiro «non farlo.»

Lei lo fa. Un passo alla volta, si avvicina al Rattone.

«È pericoloso, in caso non l’avessi notato» dice Hiro, seguendola a qualche passo di distanza. «Dicono che abbia dei componenti biologici.»

«Componenti biologici?»

«Parti animali. Quindi può essere imprevedibile.»

A lei piacciono gli animali. Procede.

Ora lo vede meglio. Non è tutto muscoli e corazza. Più che altro ha un’aria fragile. Dal corpo sporgono degli affanni corti, puntuti, tipo alette: ne ha due grosse sulle spalle e altre più piccole, in fila, lungo tutta la spina dorsale, come uno stegosauro. I suoi Knight Visions le dicono che quelle cose sono abbastanza bollenti da cuocerci delle pizze. Mentre si avvicina, sembrano dispiegarsi e crescere.

Sbocciano come i fiori dei documentari e, aprendosi, rivelano una complicata struttura interna che si è praticamente fusa. Ogni aletta appuntita si divide in piccole copie miniaturizzate di sé, le quali, a loro volta, si separano in copie ancora più piccole, e così via, all’infinito. Le più piccole sono semplici schegge di lamina, minuscole al punto che, viste da una certa distanza, non si riesce a distinguerne i contorni.

Diventa sempre più caldo. Le alette sono quasi incandescenti. Y.T. spinge gli occhialoni sulla fronte e si copre la faccia con le mani per proteggersi dalle luci circostanti, e si accorge in un paio di secondi che stanno cominciando ad assumere un colore cupo, marroncino, come l’elemento di una stufa elettrica appena accesa. L’erba sotto il Rattone comincia a fare fumo.

«Attenta. Devono avere degli isotopi molto nocivi all’interno» dice Hiro dietro di lei. È un po’ più vicino adesso, ma continua a mantenersi a una certa distanza.

«Che cos’è un isotopo?»

«Una sostanza radioattiva che genera calore. È la sua fonte di energia.»

«Come si fa a spegnerlo?»

«Non si può. Continua a generare calore fino a fondersi.»

Y.T. ora è a circa un metro dal Rattone e sente il calore sulle guance. Le alette si sono dispiegate al massimo. Alla radice sono di un giallo-arancione brillante che sfuma in rosso e marrone sui contorni delicati, ancora scuri. Il fumo acre dell’erba che brucia oscura qualche particolare.

Lei pensa: i contorni delle ali assomigliano a qualcosa che ho già visto. Assomigliano alle sottili listerelle di metallo che proteggono sulla parte esterna i condizionatori d’aria montati sulle finestre – quelle su cui puoi scrivere il tuo nome schiacciandole giù con un dito.

Oppure al radiatore di un’automobile. La ventola manda aria sul radiatore per raffreddare il motore.

«Ha dei radiatori» dice lei. «Il Rattone ha dei radiatori per il raffreddamento.» Y.T., in questo preciso istante, sta raccogliendo informazioni.

Ma il Rattone non si raffredda. Anzi, diventa sempre più incandescente.

Y.T. veleggia in mezzo agli ingorghi stradali per guadagnarsi da vivere. Questa è la sua nicchia economica: viaggiare nel traffico. E sa che un’automobile non fonde sfrecciando su un rettilineo in autostrada. Fonde quando è bloccata nel traffico. Perché quando è ferma non arriva abbastanza aria al radiatore.

Ecco cosa sta succedendo al Rattone. Deve continuare a muoversi, a far arrivare aria ai radiatori, altrimenti si surriscalda e fonde.

«Che storia!» dice lei. «Mi chiedo se scoppierà o no.»

Il corpo si assottiglia e termina con un naso aguzzo. Il muso volge bruscamente verso il basso, formato da una cupola nera di vetro perfettamente levigata, come il parabrezza di un cacciabombardiere. Se il Rattone ha degli occhi, è da qui che guarda.

Sotto, dove dovrebbero esserci le fauci, ci sono i resti di qualche elemento meccanico, quasi interamente esploso con la granata.

Nel parabrezza nero di vetro – o maschera facciale, o come diavolo volete chiamarlo – c’è un buco prodotto dall’esplosione. È così grande che Y.T. potrebbe infilarci una mano. Dall’altra parte del buco è buio e Y.T. non riesce a vedere granché, soprattutto così vicino al bagliore arancione proveniente dai radiatori. Ma vede che dall’interno sta uscendo della roba rossa. E non è Dexron II. Il Rattone è ferito e sta sanguinando.

«Questo coso è vero» dice lei. «Scorre sangue nelle sue vene.» E pensa: questa è un’informazione. Questa è un’informazione. Posso guadagnarci dei soldi con questa roba insieme al mio socio, il mio compare, Hiro.

Poi pensa: il poverino sta bruciando vivo.

«No, non farlo. Non toccarlo, Y.T.» dice Hiro.

Ci va vicino, abbassa gli occhialoni per proteggere la faccia dal calore. Le zampe del Rattone smettono di muoversi spasmodicamente, come se la stessero aspettando.

Lei si china e lo afferra per le zampe anteriori. Queste reagiscono contraendo i muscoli a segmenti retrattili per opporsi allo strattone delle sue mani. È esattamente come tirare un cane per le zampe anteriori e chiedergli di ballare. È vivo questo coso. Reagisce. Lei lo sa.

Alza lo sguardo verso Hiro, tanto per assicurarsi che stia vedendo tutta la scena. Lo sta facendo.

«Coglione!» dice lei. «Io mi sputtano chiedendoti se vuoi essere il mio socio, e tu mi rispondi che ci devi pensare sopra? Qual è il problema? Non sono abbastanza brava per lavorare con te?»

Cammina all’indietro e comincia a trascinare il Rattone di nuovo dall’altra parte del reticolo erboso. È incredibilmente leggero. Ecco perché corre così veloce. Potrebbe sollevarlo, se avesse voglia di cuocersi viva.

Mentre lo trascina indietro verso la sua porticina, il cagnetto lascia una striscia nera e fumante sul reticolo. Lei vede che dalla sua tuta sta uscendo del vapore, fumo di sudore antico e robe varie che si sprigiona dal tessuto. Y.T. è abbastanza piccola da passare attraverso la porticina del cagnetto – ecco un’altra cosa che lei sa fare e Hiro no. Di solito sono chiuse – ha già provato a infilarcisi dentro. Ma questa è aperta.

All’interno il franchise è luminoso, bianco, coi pavimenti puliti dai robot. A pochi passi dalla porticina del cagnetto si vede qualcosa di simile a una lavatrice nera. È la cuccia del cagnetto, il luogo buio e intimo dove lui si nasconde in attesa di un lavoro da fare. È legato al franchise da un cavo spesso che fuoriesce dal muro. In questo momento il portello della cuccia è aperto, un’altra cosa che Y.T. non aveva mai visto prima. Ed esce del vapore dal suo interno.

Non è vapore. È roba fredda. Come quando apri il freezer in una giornata umida.

Spinge il Rattone dentro la cuccia. Una specie di liquido freddo sprizza fuori dalle pareti e diventa vapore ancor prima di raggiungere il corpo del Rattone; dall’entrata della cuccia arrivano folate di vapore così forti da farla cadere sulle chiappe.

La lunga coda giace distesa fuori dalla cuccia, sul pavimento, fino a uscire dalla porticina del cagnetto. Lei ne raccoglie un pezzo; i guanti le si impigliano nei bordi taglienti e lavorati a macchina delle sue vertebre metalliche.

D’un tratto il Rattone si irrigidisce, riprende vita, vibra per un secondo. Lei tira via subito la mano. La coda scatta come un elastico dentro la cuccia. Lei non la vede neanche. Poi il portello della cuccia si chiude di botto. Un robo-portinaio, un aspirapolvere col cervello, esce ronzando da un’altra porta per pulire le lunghe strisce di sangue rimaste sul pavimento.

Sopra di lei, appeso al muro dell’atrio davanti all’entrata principale, c’è un poster incorniciato e, intorno, una ghirlanda di gelsomini essiccati. È una foto di Mr Lee che ride come un pazzo. Sotto, la solita scritta:

BENVENUTI!

Sono lieto di dare il benvenuto a tutta la bella gente in visita a Hong Kong. Sia che vi troviate qui per un serio incontro d’affari o per una divertente scorribanda tra amici, vi prego di mettervi a vostro completo agio nella nostra povera nazione. Nel caso notaste un aspetto non esattamente armonico di questo luogo, vi prego gentilmente di portarlo alla mia attenzione e io farò del mio meglio per soddisfare le vostre esigenze.

Noi di SuperHong-Kong andiamo molto fieri della crescita smisurata della nostra piccola nazione. Tutti quelli che consideravano la nostra isoletta una piccola oasi di piacere nella Cina rossa non credono ai loro occhi nel vedere molte delle cosiddette grandi potenze della vecchia guardia col capogiro di fronte ai nostri passi da gigante, alla nostra spinta pompata, ottenuta mediante la libera espressione delle aspirazioni individuali nel campo dell’alta tecnologia e un miglioramento delle condizioni di tutti i popoli. I potenziali di tutti i gruppi etnici e le caratteristiche antropologiche che si fondono insieme sotto il vessillo dei tre seguenti principi:

1. Informazione, informazione, informazione!

2. Lealtà totale sul mercato!

3. Ecologia rigorosa!

non hanno pari nella storia dei conflitti economici.

Chi rifiuterebbe di unirsi sotto questo garrulo vessillo? Se non hai ottenuto la cittadinanza di Hong Kong, richiedi subito un passaporto! In questo mese, la usuale tariffa di HK$100 non sarà presa in considerazione. Compila subito un tagliando (qui sotto). Nel caso i tagliandi non fossero disponibili, componi immediatamente il numero 1-800-HONG KONG per richiedere l’aiuto dei nostri centralinisti avvizziti. SuperHong-Kong di Mr Lee è un’entità quasi-nazionale privata, interamente extraterritoriale, sovrana, non riconosciuta da altre entità nazionali, in nessun modo affiliata alla ex Colonia Reale di Hong Kong, che fa attualmente parte della Repubblica Popolare Cinese. La Repubblica Popolare Cinese non si assume né accetta alcuna responsabilità per quanto riguarda Mr Lee, il governo di SuperHong-Kong o qualsiasi altro suo cittadino, né per qualsivoglia violazione della legge locale, infortunio personale, danno alla proprietà, che si verifichi all’interno di territori, edifici, strutture municipali, istituzioni o immobili di proprietà, occupati o reclamati da SuperHong-Kong di Mr Lee.

Unitevi subito a noi!

Il vostro socio in affari,

Mr Lee

Di nuovo nella sua fresca casetta, l’Unità di Guardia Semiautonoma A-367 ulula.

Fuori, in giardino, faceva molto caldo e lui si è sentito male. Ogni volta che va in giardino, si surriscalda tutto se smette di correre. Quando si è fatto male e ha dovuto stare coricato a lungo, ha raggiunto temperature mai registrate prima.

Ora non ha più caldo. Ma è ancora ferito. Lancia il suo ululato di dolore. Sta dicendo ai cagnetti vicini che ha bisogno d’aiuto. Loro sono tristi e sconvolti e fanno eco al suo ululato passandolo a tutto il resto dei cagnetti.

All’improvviso sente arrivare l’auto del veterinario. Viene il simpatico dottore che lo farà stare meglio.

Riprende ad abbaiare. Racconta agli altri cagnetti di come siano arrivati dei cattivi sconosciuti e l’abbiano ferito. Di come faceva caldo nel giardino quando era lì a terra, ferito. E di come la simpatica ragazza l’abbia aiutato a ritornare dentro la sua fresca casetta.

Di fronte al franchise di Hong Kong, Y.T. nota una Town Car nera, che è lì parcheggiata da un po’ di tempo. Non ha bisogno di vedere la targa per capire che è della Mafia. Solo la Mafia guida macchine di quel tipo. I finestrini sono oscurati; però, lei sa che c’è dentro qualcuno che la tiene d’occhio. Ma come fanno? Ne vedi dappertutto di queste macchine, mai, però, in movimento: non arrivano né vanno da nessuna parte. Non è nemmeno sicura che abbiano un motore.

«E va bene, mi dispiace» dice Hiro. «Io continuo la mia attività da solo, ma per ogni informazione che scovi, siamo in società: cinquanta e cinquanta.»

«Affare fatto» dice lei salendo sullo skate.

«Chiamami quando vuoi. Hai il mio biglietto da visita.»

«Ah, a proposito. Sul tuo biglietto c’era scritto che sei esperto nei tre rami del software.»

«Già. Musica, film e microcodici.»

«Hai sentito parlare di Vitaly Chernobyl e i Meltdowns?»

«No. È un gruppo?»

«Già. Il più grande. Dovresti dargli un occhio, socio: sarà il prossimo gruppo di grande successo.»

Scivola sulla strada e piona una Audi con la targa di Blooming Greens. Dovrebbe portarla a casa. La mamma sarà probabilmente a letto, che finge di dormire, tutta preoccupata.

A mezzo isolato dall’entrata di Blooming Greens Y.T. si spiona dalla Audi e scivola dentro un McDonald’s. Entra nel gabinetto per signore. Il soffitto è basso. In piedi sul terzo water, spinge una delle piastrelle del soffitto e la sposta da un lato. Cade subito una manica di cotone con una squisita decorazione floreale. Y.T. dà uno strattone e tira fuori tutto il completo, la camicetta, la gonna con le pieghette, la biancheria comprata da Vicky’s, le scarpe di pelle, la collana e gli orecchini – persino una borsetta del cazzo. Si toglie la tuta RadiKS, l’appallottola, la infila nel soffitto, risistema la mattonella mobile. Poi si mette il completo.

Ora è esattamente com’era stamattina a colazione con la mamma.

Porta lo skate giù per la strada verso Blooming Greens, dove la legge permette di condurli a mano, ma non di metterli a terra. Mostra il passaporto alla dogana, fa una cinquantina di metri camminando su marciapiedi nuovi di zecca e poi sale a casa, dove trova accesa la luce della veranda.

Mamma è ancora in soggiorno seduta davanti al computer, come al solito. Mamma lavora per il governo federale. Gli impiegati del governo federale non fanno molti soldi, ma devono lavorare sodo, per dimostrare la loro fedeltà.

Y.T. entra e guarda la madre, che, sprofondata nella sedia, si è presa la faccia tra le mani, quasi come una fotomodella, e ha messo i piedi sul tavolo. Indossa quelle orribili calze federali da quattro soldi, che assomigliano a stracci per la polvere e, quando cammini, sfregano l’una contro l’altra all’altezza delle cosce sotto la gonna, facendo un rumore odioso. Sul tavolo c’è una busta Ziploc super-resistente piena di acqua che solo un paio d’ore fa era ghiaccio. Y.T. guarda il braccio sinistro della mamma. Ha tirato su la manica per esporre il livido fresco, appena sopra il gomito, dove le hanno messo la cinghia per misurare la pressione. Test poligrafico federale settimanale.

«Sei tu?» grida la mamma, non vedendo che Y.T. è già nella stanza.

Y.T. retrocede in cucina per non prenderla di sorpresa. «Sì, mamma» le urla. «Come è andata oggi?»

«Sono stanca» dice la mamma. È quello che dice sempre.

Y.T. prende una birra dal frigo e fa scorrere dell’acqua bollente nella vasca da bagno. Lo scroscio la rilassa, come il generatore di rumore bianco sul comodino della mamma.